Raffaella Cervetto e le cento tessere fantasma: quando la politica savonese iscriveva gli elettori “a loro insaputa”

Dalle false adesioni al Pdl alla nomina nella Commissione provinciale Pari opportunità in quota Italia dei Valori: una vicenda che racconta molto anche sui criteri con cui venivano assegnati gli incarichi politici

Il recente arresto di Raffaella Cervetto, chiamata a scontare una pena complessiva di sei anni e un mese per due condanne estranee alla vicenda qui raccontata, ha riportato alla memoria una pagina quasi dimenticata della politica savonese.

Non vogliamo ripercorrere tutta la sua lunga storia giudiziaria. Ci interessa, invece, ricordare il rapporto di Cervetto con i partiti e soprattutto una vicenda che, riletta oggi, appare quasi una rappresentazione satirica della politica locale: quella delle false iscrizioni al Popolo della Libertà.

Le cento tessere comparse dal nulla

Nei primi anni dello scorso decennio, nel Pdl savonese spuntarono circa cento iscrizioni online effettuate utilizzando i nominativi di persone che non avevano mai chiesto di aderire al partito.

Non semplici errori di trascrizione, dunque, ma cittadini trasformati in militanti politici senza che ne sapessero nulla.

Tra i nuovi iscritti “a loro insaputa” sarebbe comparso persino un consigliere comunale del Partito democratico. Un avversario politico arruolato direttamente nel Pdl: più che una campagna di tesseramento, una straordinaria operazione di conversione automatica.

La vicenda giudiziaria coinvolse anche Raffaella Cervetto, per anni indicata dalla stampa come coordinatrice di Forza Italia a Savona. L’inchiesta portò a una perquisizione nella sua abitazione e si concluse per lei con il patteggiamento di sei mesi di reclusione.

Da Forza Italia a una nomina in quota Italia dei Valori

La storia potrebbe già fermarsi qui. Ma la parte politicamente più sorprendente arrivò poco dopo.

Nel 2012 Raffaella Cervetto entrò nella Commissione Pari opportunità della Provincia di Savona. Non venne però indicata dal Pdl o da Forza Italia, ambienti ai quali era stata vicina, bensì in quota Italia dei Valori.

Un passaggio politico piuttosto disinvolto: dal centrodestra al partito fondato da Antonio Di Pietro, che aveva costruito buona parte della propria identità pubblica sui temi della legalità e della moralizzazione della politica.

La nomina provocò inevitabili polemiche e mise in difficoltà gli stessi protagonisti.

Il consigliere provinciale dell’Italia dei Valori che aveva formalizzato la designazione, dichiarò di conoscere Cervetto “a malapena” e spiegò di averla incontrata attraverso un esponente dello stesso partito.

La precisazione, anziché chiarire la vicenda, la rese ancora più singolare. Come poteva essere nominata in un organismo provinciale una persona che il consigliere incaricato di indicarla ammetteva di conoscere appena?

Ancora più significativa fu la dichiarazione attribuita all’altro esponente del partito: avrebbe presentato Cervetto al consigliere provinciale  consigliandogli di stare attento

Insomma, chi la presentò avrebbe raccomandato prudenza, chi la nominò dichiarò di conoscerla appena, ma alla fine la nomina arrivò ugualmente.

Prima gli incarichi, poi le verifiche

La vicenda non attribuisce automaticamente responsabilità giudiziarie ai rappresentanti dei partiti che ebbero rapporti politici con Cervetto. Solleva però interrogativi evidenti sui criteri allora utilizzati per scegliere chi dovesse rappresentare le forze politiche all’interno degli organismi pubblici.

Venivano controllati i percorsi personali e politici dei candidati? Esisteva una vera selezione oppure era sufficiente che qualcuno suggerisse un nome? Come poté una figura proveniente dagli ambienti di Forza Italia e coinvolta nella vicenda delle false adesioni al Pdl essere nominata poco dopo in quota Italia dei Valori?

Soprattutto, che senso aveva affidare un incarico a una persona che lo stesso esponente politico responsabile della designazione dichiarava di conoscere “a malapena”?

La risposta sembra appartenere a una vecchia, ma mai definitivamente superata, abitudine della politica italiana: prima si distribuiscono gli incarichi, poi, se nasce qualche problema, si spiega che nessuno conosceva veramente la persona prescelta.

Il consenso costruito sulla carta

La storia delle tessere fantasma merita di essere ricordata perché non riguarda soltanto una singola persona.

Quelle circa cento iscrizioni mai richieste servivano a rappresentare un partito più numeroso e radicato di quanto fosse nella realtà? Dovevano influire sugli equilibri interni, sui congressi o sui rapporti di forza tra le diverse correnti? E chi avrebbe beneficiato politicamente di quel pacchetto di nuovi iscritti?

Sono interrogativi che, a distanza di anni, conservano tutto il loro interesse.

La tessera di partito dovrebbe rappresentare una scelta personale, libera e consapevole. In quella vicenda, invece, i cittadini diventavano militanti senza essere consultati e persino un esponente del partito avversario poteva svegliarsi iscritto al Pdl.

Una politica talmente efficiente da non avere più bisogno di convincere le persone: bastava inserirne i nomi nel computer.

Oggi il caso Cervetto torna sulle pagine dei giornali per ragioni giudiziarie completamente diverse. Ma la politica savonese non dovrebbe limitarsi a osservare il presente dimenticando il passato.

Perché le condanne riguardano le responsabilità individuali. Le nomine discutibili, le tessere fantasma e gli incarichi assegnati a persone che si ammetteva di conoscere appena riguardano invece la responsabilità della politica. E su quella, diversamente dai processi, non arriva quasi mai una sentenza.

Una storia ormai lontana nel tempo, ma che conserva una certa attualità. Perché i partiti cambiano nome, simboli e dirigenti, mentre la cattiva abitudine di chiedere spiegazioni soltanto dopo che interviene la magistratura sembra avere una straordinaria capacità di sopravvivenza.

Condividi

Lascia un commento