Nei giardini tra via Scotto e via Turati le panchine cadono a pezzi. In periferia anche sedersi sembra ormai un lusso

AAA custodi del bello cercasi.
Requisiti richiesti: buona vista, un minimo di senso del decoro e, possibilmente, la capacità di distinguere una panchina da un mucchio di legname destinato al camino.
Le fotografie ricevute arrivano dai cosiddetti giardini situati tra via Scotto e via Turati, a Savona. La parola “giardini”, però, appare sempre più generosa. Forse sarebbe più corretto parlare di una piccola esposizione permanente dedicata all’abbandono urbano.
Le immagini mostrano panchine scolorite, consumate, con assi spezzate, sconnesse o addirittura finite a terra. Qualcuna resiste eroicamente, ma sedersi richiede coraggio, equilibrio e probabilmente anche una buona assicurazione contro gli infortuni.

Altro che arredo urbano: siamo ormai all’arredo funerario, perché quelle panchine sembrano lasciate lì non per essere utilizzate, ma per essere accompagnate lentamente alla definitiva decomposizione.
La domanda posta dai residenti è semplice: l’Amministrazione comunale lascerebbe mai le panchine di piazza Mameli in queste condizioni?
Probabilmente no. Nel salotto buono della città una situazione del genere sarebbe considerata intollerabile. In periferia, invece, tutto pare diventare accettabile: la manutenzione può attendere, il decoro può riposare e le segnalazioni dei cittadini possono accomodarsi. Sempre che trovino una panchina ancora intera.

Ed è proprio questa la questione politica. Non servono grandi progetti, rendering colorati, conferenze stampa o video del sindaco. Per sostituire alcune assi marce e sistemare delle panchine non occorre convocare un vertice internazionale. Servono soltanto attenzione, manutenzione ordinaria e rispetto per chi vive nei quartieri lontani dalle vetrine del centro.
Perché Savona non finisce in piazza Mameli, in corso Italia o davanti al Municipio. Esiste anche una città periferica, abitata da cittadini che pagano le tasse esattamente come gli altri e che avrebbero persino la pretesa rivoluzionaria di potersi sedere senza rischiare di precipitare tra due assi spezzate.
L’impressione, invece, è che in alcune zone valga una regola non scritta: ogni panchina deve essere lasciata deteriorare fino alla completa distruzione. Solo allora, forse, qualcuno potrà dichiarare che non conviene più ripararla e che bisogna rimuoverla. Problema risolto: niente panchina, niente manutenzione.

Queste fotografie non denunciano soltanto qualche asse rotta. Raccontano la distanza tra il centro e le periferie, tra la città mostrata nei comunicati e quella realmente vissuta dai cittadini.
I residenti chiedono un intervento. Non un miracolo, non una grande opera e neppure un nuovo “progetto strategico”: soltanto panchine sulle quali ci si possa sedere.
In attesa dei famosi “custodi del bello”, basterebbe trovare almeno qualcuno incaricato di impedire che il poco rimasto finisca definitivamente allo sfascio.






