A Bormida non si discute soltanto della possibile riapertura della cava Giambrigne. Si discute, più profondamente, di quale futuro debba avere un paese di montagna che da anni prova a immaginarsi diverso: meno marginale, più legato ai boschi, alla natura, al turismo lento e alla qualità della vita.
Il servizio del Tg3 Liguria ha riportato al centro una vicenda che molti abitanti seguono con crescente preoccupazione. La vecchia cava, ricordano i bormidesi, aveva già avuto una vita breve decenni fa. Oggi, però, l’interesse sembra riacceso: non tanto perché il calcare sia improvvisamente diventato oro, quanto perché il mercato cerca anche materiali edilizi di riempimento destinati alle grandi opere.
Il progetto, secondo i dati citati nel servizio, prevederebbe l’estrazione di circa 383 mila metri cubi di calcare in dieci anni, con l’impiego di esplosivi e una media di 24 mezzi pesanti al giorno. Camion che dovrebbero attraversare l’abitato di Bormida, passare da Pallare e dirigersi verso la tangenziale di Carcare. Non esattamente l’idea di quiete montana che si mette sulla cartolina.
C’è poi il capitolo che inquieta ancora di più: una volta esaurita l’attività estrattiva, la cava verrebbe riempita con circa 221 mila metri cubi di materiali esterni. E qui la domanda posta dai cittadini è semplice, persino banale nella sua evidenza: che cosa arriverà a Bormida?
Perché quando si parla genericamente di “materiali di riempimento”, il cittadino non può essere invitato a fidarsi a occhi chiusi. Tanto più in una Val Bormida già costretta a convivere con impianti industriali, discariche, inquinamento e ora anche con l’ipotesi di un termovalorizzatore. Il timore che un domani possano finire nella cava anche residui o ceneri provenienti da impianti di trattamento rifiuti non è una certezza, ma è una preoccupazione che merita risposte precise, pubbliche e verificabili.
Le strade, inoltre, non sono un dettaglio. Per il trasporto di una pala eolica sono già stati necessari interventi, allargamenti dei tornanti e persino la demolizione e ricostruzione di un ponte; in alcuni punti si sono verificati anche smottamenti. Se queste sono le conseguenze per un passaggio eccezionale, è naturale chiedersi quale impatto possa avere per dieci anni una circolazione quotidiana di camion carichi.
Bormida si trova in un’area di grande valore ambientale, vicina ai siti del lago di Osiglia, del Monte Carmo e del Settepani. Un patrimonio che potrebbe diventare occasione di sviluppo sostenibile: sentieri, ospitalità diffusa, piccoli servizi, valorizzazione del paesaggio e delle produzioni locali. Insomma, un’idea di crescita forse meno rumorosa di una mina nella roccia, ma certamente più coerente con il territorio.
La domanda, alla fine, è tutta qui: Bormida deve diventare il luogo dove si estrae, si transita e poi si riempie, oppure un paese che prova a vivere della sua montagna senza consumarla pezzo dopo pezzo?
Perché una cava non cambia soltanto il profilo di un versante. Può cambiare per decenni il profilo di un intero paese.







