Pale eoliche, il Savonese ha già dato. Ma alla Regione sembrano essersene accorti soltanto adesso

Sessanta pale già installate, decine di nuovi progetti e il rischio di arrivare a quasi 140 aerogeneratori. I comitati chiedono di fermare l’assalto ai crinali. La Regione ha sei mesi per decidere. Ma la vera domanda è un’altra: perché la transizione ecologica deve pesare sempre sugli stessi territori?

C’è una strana idea di transizione ecologica che sembra essersi fatta strada nelle stanze della politica regionale: per salvare l’ambiente bisogna sacrificare il paesaggio. E possibilmente quello degli altri.

La provincia di Savona, e in particolare la Val Bormida, sembra essere diventata il territorio ideale sul quale concentrare tutto ciò che altrove incontra difficoltà, resistenze o semplicemente scarso entusiasmo.

Pale eoliche, discariche, impianti industriali e, adesso, anche l’ipotesi di un grande inceneritore.

Tutto necessario, tutto strategico, tutto indispensabile. Purché si faccia nel Savonese.

La protesta dei comitati contro la proliferazione dei parchi eolici industriali riporta alla luce una questione che la politica avrebbe dovuto affrontare molto tempo fa: esiste un limite oltre il quale un territorio non può continuare a essere utilizzato per soddisfare esigenze energetiche e industriali che vanno ben oltre i suoi confini?

Secondo il Comitato Bric Surite di Altare, nel Savonese sono già presenti oltre sessanta pale eoliche e i progetti in discussione potrebbero portare il totale vicino a 140.

Non stiamo parlando di qualche piccolo impianto inserito discretamente nel paesaggio, ma di strutture industriali di grandi dimensioni, con cantieri, strade di accesso, fondazioni in cemento armato e trasformazioni permanenti, almeno per molti decenni, dell’aspetto dei crinali.

Naturalmente l’energia eolica è una risorsa importante. Nessuno può seriamente sostenere che si debba rinunciare alle fonti rinnovabili.

Ma essere favorevoli alle energie pulite non significa essere obbligati ad accettare qualsiasi progetto, in qualsiasi luogo e a qualsiasi costo ambientale.

È proprio questa distinzione che troppo spesso scompare dal dibattito politico.

La Regione scopre il problema quando le pale sono già decine

La nuova legge regionale sulle aree idonee apre una fase decisiva. Entro 180 giorni dovranno essere definite le linee guida per individuare i territori destinati a ospitare nuovi impianti.

I comitati chiedono che la Val Bormida, la Valle Erro e, più in generale, le zone savonesi già interessate da una forte concentrazione di impianti vengano tutelate da ulteriori insediamenti.

Una richiesta che meriterebbe quantomeno un’analisi seria degli effetti cumulativi.

Perché valutare un progetto alla volta, senza considerare quanti altri impianti esistano già nelle vicinanze, rischia di produrre un risultato paradossale: ogni singolo intervento può apparire sostenibile, mentre la somma degli interventi trasforma radicalmente un intero territorio.

Ed è qui che nasce una domanda politica.

Possibile che soltanto adesso ci si accorga della concentrazione di impianti eolici nella provincia di Savona?

Dove erano la programmazione, la pianificazione e la tutela del paesaggio quando venivano presentati i primi progetti?

Perché un territorio deve arrivare a mobilitare comitati e cittadini per ottenere quello che dovrebbe essere il primo dovere delle istituzioni: governare le trasformazioni prima che diventino irreversibili?

Il paradosso dell’inceneritore

Ma c’è un aspetto ancora più curioso.

Mentre si comincia finalmente a discutere dell’eccessiva concentrazione di pale eoliche, sulla stessa Val Bormida continua ad aleggiare l’ipotesi di realizzare il futuro termovalorizzatore ligure.

E allora il ragionamento diventa inevitabile.

Se un territorio deve essere protetto dall’eccessiva concentrazione di impianti energetici per salvaguardare il paesaggio e la qualità della vita, perché gli stessi criteri non dovrebbero valere quando si parla di un inceneritore?

Le tecnologie sono diverse, così come gli impatti ambientali. Ma il principio della distribuzione equilibrata degli impianti dovrebbe essere identico.

Non si può invocare la tutela dei crinali quando si parla di eolico e poi considerare la stessa valle una possibile destinazione per un grande impianto di trattamento dei rifiuti.

Il paesaggio merita rispetto soltanto quando ci sono di mezzo le pale eoliche?

È una contraddizione politica alla quale la Regione dovrebbe dare una risposta convincente.

Il fotovoltaico sui tetti: perché non partire da lì?

I comitati avanzano anche una proposta concreta: utilizzare maggiormente le coperture degli edifici industriali e civili per produrre energia fotovoltaica.

Un’idea tutt’altro che rivoluzionaria, ma che avrebbe il vantaggio di sfruttare superfici già costruite, riducendo il consumo di nuovo suolo.

Naturalmente il fotovoltaico non può sostituire automaticamente tutta la produzione eolica: le due fonti hanno caratteristiche e tempi di produzione differenti.

Ma una politica energetica intelligente dovrebbe valutare prima le superfici già compromesse, le aree industriali e le possibilità di autoconsumo, anziché considerare i crinali ancora integri come spazi semplicemente disponibili.

La transizione ecologica dovrebbe migliorare il rapporto tra uomo e ambiente, non trasformarsi in una nuova stagione di occupazione industriale del territorio.

Piccapietre: un progetto si ferma, ma la partita resta aperta

Intanto, a Cairo Montenotte, la Regione ha archiviato la procedura di valutazione di impatto ambientale relativa al progetto eolico Piccapietre, presentato dalla società Fera Srl.

La società ha manifestato l’intenzione di procedere a una revisione e ottimizzazione progettuale per recepire le osservazioni emerse durante l’istruttoria.

Un passaggio che non equivale necessariamente all’abbandono definitivo dell’intervento.

Sarebbe quindi prematuro parlare di vittoria dei comitati.

Resta però un segnale importante: i progetti possono essere discussi, modificati e sottoposti a verifiche approfondite. Non sono decisioni inevitabili davanti alle quali i cittadini devono limitarsi a prendere atto.

Il Savonese non può essere la soluzione a tutti i problemi della Liguria

C’è infine una questione che va oltre le pale eoliche.

Da anni la provincia di Savona, e soprattutto la Val Bormida, convive con le conseguenze di un passato industriale pesante, con problemi ambientali mai completamente dimenticati e con infrastrutture che spesso sembrano appartenere a un’altra epoca.

Le funivie Savona-Bragno sono ferme da anni. I collegamenti stradali restano problematici. Lo sviluppo economico fatica a trovare nuove prospettive.

Eppure, quando si tratta di individuare territori per nuovi impianti, il Savonese torna improvvisamente centrale nelle strategie regionali.

Quando invece si parla di investimenti, servizi, collegamenti e rilancio economico, la stessa attenzione sembra molto meno evidente.

Non è questione di essere contrari a tutto.

È questione di pretendere un equilibrio.

Perché un territorio non può essere considerato strategico soltanto quando deve ospitare qualcosa che serve agli altri.

Sei mesi per decidere. E forse per cambiare metodo

La Regione ha davanti sei mesi importanti.

Può limitarsi a individuare nuove aree sulle carte, oppure cogliere l’occasione per costruire una programmazione energetica che tenga conto della concentrazione degli impianti, della tutela del paesaggio, delle attività economiche e della volontà delle comunità locali.

E soprattutto può dimostrare che la partecipazione dei cittadini non è una formalità da sbrigare quando le decisioni sono già state prese.

I comitati chiedono che il Savonese venga escluso da ulteriori insediamenti eolici industriali. La Regione dovrà valutare questa richiesta nel rispetto delle norme nazionali ed europee, senza promettere divieti generalizzati che potrebbero non essere giuridicamente sostenibili.

Ma il problema politico rimane tutto.

La Val Bormida ha già contribuito abbondantemente allo sviluppo industriale ed energetico della Liguria. Non sarebbe scandaloso se, per una volta, qualcuno decidesse di investire sul suo futuro senza chiedere in cambio un altro pezzo del suo territorio.

Perché la vera transizione ecologica non consiste nel riempire di pale le montagne o nel trovare una valle disponibile per ogni nuovo impianto.

Consiste nel produrre energia, tutelare l’ambiente e distribuire equamente benefici e sacrifici.

Altrimenti non è transizione ecologica. È semplicemente la vecchia politica dello scaricabarile, questa volta verniciata di verde.

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