Un uomo di 44 anni è morto ieri pomeriggio a Loano, in via Stella, precipitando dal tetto durante un lavoro di edilizia acrobatica. Un collega è rimasto ferito ed è stato trasportato al Santa Corona. Una scena che conosciamo fin troppo bene: lampeggianti del 118, forze dell’ordine, personale dello Psal. Poi, il comunicato di rito: “Abbiamo fatto tutto il possibile, ma non c’è stato nulla da fare”.
Quante volte ancora dovremo sentire questa frase? Quanti corpi a terra, quante famiglie distrutte, quanti figli lasciati senza padre prima che qualcuno parli di una vera emergenza nazionale?
La chiamano “tragedia sul lavoro”, ma il termine corretto sarebbe omicidio di sistema. Perché in un Paese che continua a contare oltre tre morti al giorno nei cantieri, non è più un incidente: è un bollettino di guerra.
Adesso attendiamoci la solita sceneggiata:
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i sindacati che si limiteranno a un comunicato indignato, promuovendo l’ennesimo sciopero simbolico;
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i politici che verseranno lacrime di coccodrillo, promettendo controlli e nuove norme;
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le istituzioni che parleranno di “fatalità”.
Poi tutti torneranno a dormire sonni tranquilli, finché un altro uomo cadrà da un ponteggio, da un tetto, da un’impalcatura.
E intanto i lavoratori continuano a salire lassù, senza le adeguate misure di sicurezza, spesso sotto il ricatto di contratti precari e appalti al ribasso. Perché quello che conta è risparmiare tempo e soldi, non la vita delle persone.
Basta.
Ogni morto sul lavoro è un atto d’accusa contro uno Stato che ha scelto di non proteggere chi lavora. È una vergogna collettiva che dovrebbe scuotere le coscienze, ma ormai sembra normalità.
Oggi a Loano piangiamo un operaio di 44 anni. Ieri a Ventimiglia un altro. Domani, chissà. E intanto in tv ci parlano di crescita, PIL e “ripresa dell’edilizia”.
Ripresa, sì. Ma dei funerali.






