In Liguria esiste una certezza che resiste alle crisi economiche, al calo demografico, ai cambiamenti climatici e persino ai cambi di amministrazione: il mattone.
Succede a Genova, succede a Savona, succede lungo tutta la Riviera e succede anche a Finale Ligure, dove il Consiglio comunale ha approvato l’aggiornamento del Piano Urbanistico Comunale, riaccendendo un dibattito che in realtà non si è mai spento: quanto cemento può ancora sopportare la Liguria?
Naturalmente nessuno parla più di “colate di cemento”. Oggi il linguaggio è cambiato. Si parla di rigenerazione urbana, valorizzazione del territorio, recupero, riqualificazione e sviluppo sostenibile. Parole moderne, rassicuranti, che però molto spesso finiscono per tradursi in una realtà piuttosto antica: nuove costruzioni e nuove volumetrie.
A Finale Ligure la questione non nasce oggi. Da quasi vent’anni il PUC ruota attorno a grandi trasformazioni urbanistiche che riguardano aree strategiche come l’ex Piaggio, l’ex Ghigliazza, Finalpia, Calvisio e altri comparti considerati fondamentali per il futuro della città.
Nel tempo i progetti sono cambiati, sono stati modificati, ridimensionati, corretti e ripresentati. Sono cambiati i nomi, le sigle e le amministrazioni. Ma il concetto di fondo è rimasto sorprendentemente identico: il futuro continua ad essere immaginato attraverso nuove edificazioni.
E qui nasce il vero interrogativo.
Di quante nuove case ha realmente bisogno Finale Ligure?
La Liguria continua a perdere residenti da anni. L’età media cresce. I giovani fanno fatica a rimanere sul territorio. Il costo delle abitazioni aumenta. Gli affitti turistici sottraggono appartamenti alla residenza stabile e le seconde case occupano una quota sempre più rilevante del patrimonio immobiliare.
In molte località della Riviera, durante l’inverno, interi quartieri sembrano quasi svuotarsi.
Eppure la risposta continua ad essere costruire.
Si continua a ragionare come se ci trovassimo negli anni del boom economico, quando la popolazione cresceva e la richiesta di abitazioni aumentava continuamente. Oggi la realtà è completamente diversa, ma la cultura urbanistica sembra spesso essere rimasta ferma a quel modello.
La politica locale parla di sviluppo. I cittadini, invece, vedono problemi molto più concreti.
Vedono strade congestionate nei periodi turistici. Vedono parcheggi insufficienti. Vedono servizi pubblici sotto pressione. Vedono il costo della vita aumentare e la difficoltà crescente per una giovane coppia di trovare una casa accessibile.
Problemi che difficilmente vengono risolti aggiungendo nuovi appartamenti sul mercato.
Anzi, molti si chiedono se la vera emergenza non sia il recupero dell’enorme patrimonio edilizio già esistente, spesso inutilizzato o sottoutilizzato, piuttosto che la continua ricerca di nuovi spazi da edificare.
Il paradosso è evidente.
Da una parte si organizzano convegni sulla sostenibilità, sulla tutela del paesaggio e sul consumo di suolo. Dall’altra, quando arriva il momento di decidere concretamente il futuro del territorio, il cemento torna regolarmente protagonista.
Non si tratta di essere contrari a qualsiasi intervento urbanistico. Le aree degradate devono essere recuperate e le ferite del territorio vanno sanate.
La domanda però è un’altra.
Recuperare significa migliorare ciò che esiste oppure aumentare continuamente le superfici edificabili?
Perché tra rigenerazione urbana e speculazione immobiliare la differenza non è sempre soltanto una questione di parole.
Finale Ligure rappresenta una delle località più belle della Riviera ligure. Proprio per questo dovrebbe interrogarsi con particolare attenzione sul modello di sviluppo che intende perseguire nei prossimi decenni.
Continuare a consumare territorio in una regione che perde abitanti rischia di assomigliare sempre più a una contraddizione.
Forse il problema non è quanti metri cubi verranno costruiti.
Forse il problema è che ancora oggi, nel 2026, una parte della politica continua a considerare il mattone come la risposta quasi automatica a qualsiasi domanda sul futuro.
Eppure il vero sviluppo potrebbe essere un altro: recuperare il patrimonio esistente, favorire la residenza stabile, aiutare i giovani a restare, migliorare i servizi e tutelare quel paesaggio che rappresenta la più grande ricchezza della Liguria.
Perché il cemento, una volta gettato, resta per sempre.
Le promesse di sviluppo, invece, spesso hanno una durata molto più breve.






