Plastica: riciclare non basta, se il mercato premia chi inquina di più

Sul riciclo della plastica rischiamo spesso di affrontare soltanto metà del problema. Separiamo, raccogliamo, ricicliamo e poi scopriamo che la plastica riciclata può costare più di quella vergine. A quel punto arriva il mercato, con la sua risposta più semplice: se il materiale nuovo costa meno, si compra quello.

Ma dietro quel prezzo apparentemente conveniente c’è una domanda che raramente ci poniamo: quanto costa davvero quella plastica? E soprattutto: chi paga i costi che non troviamo scritti sulla fattura?

La questione andrebbe affrontata almeno sotto due aspetti: quello fisico, chimico e ambientale e quello economico.

Produrre o riciclare: cosa inquina davvero meno?

Sul primo punto bisognerebbe evitare gli slogan.

Non è sufficiente affermare che il riciclo sia sempre e comunque ambientalmente migliore. Bisogna calcolare l’intero ciclo di vita: estrazione delle materie prime, produzione, trasporto, raccolta, selezione, lavaggio, trattamento, consumo energetico, emissioni e residui finali.

E soprattutto bisogna distinguere una plastica dall’altra.

Un imballaggio semplice, composto da un solo materiale e facilmente separabile, può essere relativamente semplice da riciclare. Un prodotto formato da più plastiche, colle, vernici, pigmenti, etichette e materiali accoppiati richiede invece processi molto più complicati.

Più il rifiuto è complesso, più il riciclo diventa difficile, costoso ed energivoro.

Ecco perché il problema dovrebbe essere affrontato ancora prima che il rifiuto venga prodotto: progettare oggetti e imballaggi pensando già al loro fine vita.

Meno materiali diversi, meno colorazioni inutili, meno accoppiamenti difficili da separare. E, soprattutto, meno plastica quando non serve.

Poi arriva il mercato. E cambia tutto

L’aspetto economico è persino più evidente.

Un’impresa europea che ricicla deve rispettare norme ambientali, sicurezza sul lavoro, depurazione delle acque, trattamento degli scarichi, controlli, autorizzazioni e tassazione.

Tutto questo ha un costo.

Se quella stessa impresa deve competere con un prodotto realizzato in un Paese dove gli standard ambientali, sanitari e sociali sono molto inferiori, il risultato è quasi scritto in partenza.

La materia prima vergine prodotta a basso costo può diventare economicamente più conveniente della materia riciclata europea.

Ma attenzione: non significa necessariamente che costi davvero meno. Significa che una parte del suo costo è stata scaricata altrove.

Sull’ambiente, sui lavoratori, sulla salute pubblica o sulle generazioni future.

Pensiamo banalmente a un autolavaggio.

In Europa deve rispettare regole sugli scarichi e, secondo i casi, dotarsi di sistemi di trattamento e sottoporsi a controlli. In altre parti del mondo gli standard possono essere molto meno severi o scarsamente applicati.

Se confrontiamo soltanto il prezzo finale dei due servizi, quello sottoposto a maggiori obblighi sembrerà inevitabilmente più caro.

Ma è un confronto falsato.

Il vero buco della globalizzazione

Qui arriviamo al cuore del problema: non possiamo pretendere standard ambientali elevatissimi in Europa e contemporaneamente spalancare il mercato europeo a prodotti realizzati senza standard comparabili.

È una contraddizione che rischia di trasformare la transizione ecologica in un boomerang.

Si potrebbe immaginare un sistema internazionale nel quale ogni Paese, o meglio ogni filiera produttiva, venga valutato secondo parametri verificabili: tutela ambientale, condizioni dei lavoratori, sicurezza, emissioni, trattamento delle acque, tutela della salute.

Chi raggiunge standard equivalenti a quelli richiesti alle imprese europee entra senza penalizzazioni. Chi produce sostenendo costi ambientali e sociali molto inferiori dovrebbe invece essere sottoposto a correttivi proporzionati.

Non come punizione, ma per ristabilire condizioni di concorrenza più eque.

Perché il libero commercio funziona soltanto fino a quando non diventa libertà di inquinare dove costa meno.

Il paradosso della plastica riciclata

Altrimenti continueremo ad assistere a una scena piuttosto surreale.

Chiediamo ai cittadini di separare accuratamente la plastica. Spendiamo denaro per raccoglierla. Costruiamo impianti per selezionarla e riciclarla. Imponiamo giustamente alle aziende norme sempre più severe.

Poi il materiale riciclato arriva sul mercato e deve vedersela con plastica vergine prodotta magari dall’altra parte del mondo a prezzi inferiori.

E se nessuno compra il riciclato, l’intera catena perde buona parte del proprio senso economico.

Non possiamo chiedere all’economia circolare di vincere una gara nella quale uno dei concorrenti corre con uno zaino pieno di obblighi ambientali e l’altro no.

Prima ancora del riciclo viene la riduzione

C’è infine una verità ancora più semplice, forse proprio per questo poco amata: il rifiuto più facile da riciclare è quello che non produciamo.

Ridurre gli imballaggi inutili dovrebbe essere la prima scelta.

La seconda dovrebbe essere rendere quelli indispensabili semplici, standardizzati e facilmente riciclabili.

Solo dopo viene il riciclo.

Abbiamo invece costruito buona parte della narrazione ambientale sull’ultimo passaggio: consumiamo, gettiamo, raccogliamo e ricicliamo. È certamente meglio che mandare tutto in discarica o disperderlo nell’ambiente, ma non può essere l’unica soluzione.

Perché anche riciclare consuma energia, acqua e risorse.

La vera economia circolare comincia molto prima del cassonetto: quando decidiamo cosa produrre, come produrlo e soprattutto se sia davvero necessario produrlo.

E c’è un ultimo punto che la politica europea dovrebbe avere il coraggio di affrontare.

Non possiamo chiedere ai nostri cittadini e alle nostre imprese di pagare il prezzo della tutela ambientale e poi premiare, attraverso le importazioni a basso costo, chi quel prezzo non lo paga.

Altrimenti più che economia circolare rischiamo di inventare una curiosa forma di economia del cerchio: l’inquinamento esce dall’Europa dalla porta e rientra dalla finestra dentro i prodotti che compriamo.

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