Caporalato a Vado, gli sfruttati hanno rotto il muro del silenzio

C’è un passaggio della vicenda del caporalato nel porto di Vado Ligure che colpisce più di ogni altro. Non riguarda gli arresti, i sequestri o le contestazioni della Procura. Riguarda quattro lavoratori che, pur sapendo di rischiare tutto, hanno deciso di dire basta.

Non cercavano vendetta. Non chiedevano risarcimenti milionari. Volevano semplicemente lavorare e poter mandare a casa il proprio stipendio. Volevano che qualcuno ascoltasse la loro storia.

Secondo quanto emerso dall’inchiesta della Procura di Savona, lavoratori stranieri impegnati nella realizzazione dei cassoni destinati alla nuova diga foranea di Genova sarebbero stati costretti a restituire una parte consistente del salario a chi li aveva reclutati. Quando alcuni di loro si sono rifiutati di continuare a pagare, sarebbero iniziate le ritorsioni.

Un sistema tanto semplice quanto spietato. Badge gestiti da altri, accessi al cantiere bloccati, assenze non giustificate, contestazioni disciplinari e infine il licenziamento.

Da un giorno all’altro quei lavoratori si sono ritrovati senza lavoro, senza una casa e senza soldi. Alcuni, secondo quanto raccontato dalla Cgil, hanno dormito sulle panchine e nei parcheggi della zona industriale savonese, vivendo una situazione che sembrava appartenere a un’altra epoca.

Eppure stiamo parlando del 2026. Di un cantiere strategico collegato a una delle opere infrastrutturali più importanti del Paese. Non di una periferia dimenticata del mondo.

Particolarmente significativo è il racconto dell’avvocata Alessandra Magliotto, che ha seguito i lavoratori nelle cause di lavoro. Le difficoltà linguistiche, la diffidenza, la paura e persino il sospetto che tutti fossero complici di un sistema che li aveva abbandonati raccontano meglio di qualsiasi statistica il livello di vulnerabilità in cui vivevano queste persone.

La fiducia è arrivata soltanto quando hanno visto che qualcuno era davvero disposto a difenderli in tribunale.

In questa storia c’è una lezione che va oltre le responsabilità penali, che saranno accertate dalla magistratura. C’è il coraggio di chi ha denunciato pur sapendo di perdere tutto. C’è il lavoro di sindacati, avvocati e forze dell’ordine che hanno raccolto quelle denunce. E c’è una domanda che il territorio non può evitare.

Com’è possibile che situazioni del genere possano svilupparsi all’interno di un cantiere così importante senza che nessuno si accorga di nulla?

Per mesi si è parlato della nuova diga, degli investimenti, della crescita del porto e delle opportunità economiche. Oggi emerge il volto oscuro di quel sistema: lavoratori ricattati, isolati e sfruttati.

Gli arresti rappresentano certamente un punto di svolta, ma non possono essere considerati il punto di arrivo. Perché il vero successo non sarà soltanto punire i responsabili, ma garantire che episodi simili non possano più ripetersi.

I quattro operai che hanno trovato il coraggio di denunciare sono stati definiti “assetati di giustizia”. Forse è la definizione più corretta di tutta questa vicenda.

Perché quando una persona che ha perso il lavoro, la casa e la sicurezza personale continua a chiedere soltanto verità e dignità, non sta difendendo solo se stessa. Sta difendendo il diritto di tutti a non essere trattati come merce usa e getta.

E questa, oggi, è una battaglia che riguarda l’intero territorio savonese.

I responsabili, se le accuse saranno confermate, risponderanno davanti alla giustizia. È giusto che sia così.

Ma questa vicenda pone anche un’altra domanda, più scomoda e forse ancora senza risposta. Possibile che nessuno abbia visto nulla? Possibile che in un cantiere così importante, frequentato da aziende, istituzioni, enti di controllo e rappresentanti della politica, certi segnali non siano mai emersi?

La magistratura farà il suo corso nei confronti di chi avrebbe sfruttato questi lavoratori. Resta però aperta la questione delle responsabilità politiche e istituzionali. Non necessariamente responsabilità penali, ma responsabilità di vigilanza, di controllo e di attenzione verso ciò che accade sul territorio.

Perché se gli sfruttatori dovranno rendere conto delle proprie azioni, anche chi per troppo tempo ha preferito non vedere, sottovalutare o voltarsi dall’altra parte dovrebbe interrogarsi sul proprio ruolo.

La giustizia non riguarda soltanto chi commette gli abusi. Riguarda anche la capacità di una comunità di accorgersi che quegli abusi stanno avvenendo.

Condividi

Lascia un commento