Oggi pomeriggio, davanti alla IV Commissione Territorio e Ambiente della Regione Liguria, non va in scena una semplice audizione tecnica. Va in scena qualcosa di più profondo: la memoria lunga di un territorio che non accetta di essere sacrificato un’altra volta.
Il progetto del termovalorizzatore in Val Bormida torna sul tavolo istituzionale, ma per il Coordinamento delle associazioni liguri e piemontesi No inceneritore Valle Bormida il verdetto è già scritto. Non per ideologia, ma per storia, geografia, numeri e buon senso.
Il debito storico: una valle che ha già pagato
Il primo punto è quello che nessun piano regionale riesce mai davvero a digerire: la saturazione ambientale.
La Val Bormida non è una pagina bianca su cui disegnare nuove “soluzioni”. È una valle che ha convissuto per decenni con la chimica pesante, con l’inquinamento, con le malattie, con la lunga ombra dell’ex Acna e con attività ancora oggi ad alto impatto, come la cockeria.
Parlare di “nuova compatibilità ambientale” senza partire da questo dato equivale a cancellare la storia con una delibera. E i territori, questa volta, non ci stanno.
La trappola morfologica: quando la valle diventa un catino
C’è poi un elemento che nei rendering sparisce sempre, ma che in Val Bormida è realtà quotidiana: la morfologia.
Qui non siamo in pianura. Qui le inversioni termiche sono frequenti, l’aria ristagna, le polveri non scappano.
La valle funziona come un catino naturale: ciò che esce dai camini non “si disperde”, ma si deposita. A bassa quota. Sui paesi. Sui campi. Sulle persone.
È il famoso fall-out, parola elegante per dire una cosa semplice: l’inquinamento resta dove viene prodotto. E in una valle stretta, resta ancora di più.
L’assurdità logistica: rifiuti in viaggio
Il terzo nodo è quello che smaschera l’intera operazione.
La maggior parte dei rifiuti destinati al termovalorizzatore non nascerebbe in Val Bormida, ma nell’area metropolitana di Genova.
Paradossalmente, i comuni bormidesi sono già su livelli di raccolta differenziata intorno all’80%.
Traduzione:
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rifiuti che viaggiano per decine di chilometri
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camion in più su strade fragili
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emissioni aggiuntive per “risolvere” un problema che qui non esiste
Si parla di trasporto su ferrovia come soluzione magica, ma al momento resta un’ipotesi senza garanzie, buona per le slide e poco per la realtà.
Turismo e inceneritori: la contraddizione
C’è poi la contraddizione politica più evidente.
Da una parte la Regione promuove il turismo outdoor, i cammini, le aree protette, la rinascita verde delle vallate interne.
Dall’altra pianifica un polo dell’incenerimento nel cuore di un sistema ambientale fragile.
Due narrazioni incompatibili.
Non si può vendere la Val Bormida come “polmone verde” e allo stesso tempo trasformarla nel retrobottega dei rifiuti regionali.
I sindaci e il silenzio assordante
Netta anche la posizione dei sindaci della Val Bormida ligure e piemontese, compatti nel dire no. Un fronte istituzionale raro, che dovrebbe far riflettere.
E poi c’è la domanda che aleggia su tutta la vicenda: perché questa fretta?
Il Comune di Genova e Amiu, principali produttori di rifiuti, stanno ancora valutando le strade più efficienti e sostenibili. Eppure la Regione accelera, avviando manifestazioni di interesse come se il quadro fosse già definito.
Una questione che non è tecnica, ma politica
Quella di oggi non è una discussione su filtri, camini o percentuali di emissioni.
È una scelta politica: decidere se un territorio può essere nuovamente sacrificato perché “periferico”, perché già segnato, perché ritenuto più debole.
La Val Bormida risponde con una parola semplice, antica e chiarissima: No.
Non per paura irrazionale, ma per esperienza.
Non per egoismo, ma per giustizia ambientale.
E questa volta, il catino non è solo geografico.
È politico. E rischia di traboccare.






