Dopo tredici anni di cantieri, interruzioni, appalti e promesse, il crollo di via Famagosta riporta alla luce anche l’indagine della Guardia di Finanza del 2024. E mentre Anas continua a indicare il 2028 come anno del completamento, una domanda resta senza risposta: chi paga per tutti questi errori?
C’è un’opera pubblica che, più di tante altre, racconta il fallimento della gestione delle infrastrutture nel nostro territorio. È l’Aurelia Bis di Savona, una strada di poco più di cinque chilometri che avrebbe dovuto migliorare la viabilità, alleggerire il traffico cittadino e agevolare i collegamenti con il porto.
Un’opera di cui si discute dagli anni Novanta, con lavori avviati nel 2013 e una conclusione che continua a spostarsi in avanti.
Tredici anni di cantieri e, se tutto andrà bene, si arriverà al 2028. Quindici anni per realizzare cinque chilometri di strada.
Ma dopo quanto accaduto in via Famagosta, viene spontaneo chiedersi se anche questa scadenza non sia destinata a diventare l’ennesima promessa mancata.
La frana di via Famagosta: una tragedia sfiorata
Nella notte tra il 20 e il 21 ottobre, dopo le intense precipitazioni che hanno colpito Savona, una parte della strada di via Famagosta è letteralmente sprofondata in corrispondenza del sottostante cantiere dell’Aurelia Bis.
Un mezzo della raccolta rifiuti SEAS è rimasto coinvolto nel cedimento. Il conducente è riuscito a mettersi in salvo prima che il veicolo precipitasse nella voragine.
Una tragedia evitata per pochi istanti.
Terra, cemento e detriti sono finiti nell’area del cantiere, interessando anche una galleria. La strada è stata chiusa e si prospettano tempi non brevi per il ripristino.
Anas ha attribuito l’evento alle intense precipitazioni e alle caratteristiche di dissesto idrogeologico del territorio, precisando che la porzione di paratia crollata era stata realizzata dalla precedente impresa appaltatrice.
Una precisazione che merita attenzione.
Perché il problema non è soltanto sapere chi abbia costruito quella paratia, ma chi dovesse verificarne la sicurezza, controllarne le condizioni e garantire la stabilità dell’area nel corso degli anni.
Le piogge possono essere state il fattore scatenante del cedimento, ma spetta agli accertamenti tecnici stabilire se abbiano avuto un ruolo anche eventuali carenze progettuali, costruttive o manutentive.
Non possiamo sapere oggi se il crollo fosse prevedibile. Possiamo però pretendere di sapere se sia stato fatto tutto il necessario per prevenirlo.
Quei 70 milioni di euro che sembrano essere scomparsi dalla discussione pubblica
Ed eccoci a una vicenda che molti savonesi probabilmente hanno dimenticato.
Il 18 aprile 2024 la Guardia di Finanza di Savona rese noti i risultati di una complessa attività investigativa, svolta su delega della Procura regionale della Corte dei Conti della Liguria, relativa proprio all’Aurelia Bis.
Il risultato fu clamoroso: un danno erariale quantificato in oltre 70 milioni di euro.
Non qualche migliaio di euro, non una modesta irregolarità amministrativa. Settanta milioni di denaro pubblico che, secondo gli accertamenti delle Fiamme Gialle, rappresentavano un danno per le casse dello Stato.
L’indagine aveva evidenziato una serie di criticità: carenze progettuali, imprevisti geologici durante gli scavi, problemi negli espropri, mancato coordinamento con il gestore dell’autostrada A10, mancata individuazione dei siti per il conferimento dei materiali provenienti dalle gallerie e una gestione delle lavorazioni giudicata inadeguata.
Ma c’era un particolare ancora più sconcertante.
Dall’esame della documentazione era emerso che il tracciato realizzato non risultava neppure idoneo a collegare direttamente il casello autostradale di Albisola Superiore con l’hub portuale di Savona, uno degli obiettivi originari dell’infrastruttura.
La Guardia di Finanza aveva individuato specifiche criticità riconducibili alla stazione appaltante, Anas, oltre a problemi nella gestione dell’appalto.
Non si tratta di illazioni o accuse inventate da qualche oppositore politico. Sono i contenuti dell’attività investigativa comunicati ufficialmente e riportati il 18 aprile 2024 da ANSA e RaiNews.
Naturalmente, la quantificazione investigativa di un danno erariale non equivale a una condanna definitiva. Le responsabilità personali devono essere accertate nelle sedi competenti.
Ma proprio per questo sorge una domanda inevitabile.
Che fine ha fatto quell’indagine?
Sono passati due anni e mezzo. Non risultano, dalle informazioni pubbliche che abbiamo potuto reperire, esiti definitivi che chiariscano se qualcuno sia stato chiamato a risarcire il danno, se siano state avviate azioni di responsabilità o se il procedimento abbia avuto un’altra conclusione.
Una vicenda di questa portata non può sparire dalla memoria collettiva semplicemente perché nel frattempo si è tornati a parlare di nuovi appalti e cronoprogrammi.
Anas, gli appalti e il gioco delle responsabilità
La storia dell’Aurelia Bis è anche una storia di imprese che si susseguono, lavori che si fermano, contratti che cambiano e tempi che si allungano.
Dopo la lunga interruzione dei lavori, nel 2023 si era arrivati a una nuova fase con l’affidamento a Italiana Costruzioni Infrastrutture. Anche quella ripartenza, però, non ha portato alla conclusione dell’opera.
Nel 2025 sono emerse ulteriori criticità contrattuali e nel 2026 è stato annunciato un nuovo subentro per il completamento dei lavori.
Intanto il conto continua a crescere e i cittadini continuano ad aspettare.
E quando si verifica un cedimento come quello di via Famagosta, Anas precisa che la struttura interessata appartiene alle lavorazioni della precedente impresa.
Una precisazione tecnicamente rilevante, certamente. Ma che non può esaurire il problema.
Perché Anas resta il soggetto pubblico responsabile della gestione dell’intervento e della vigilanza sull’esecuzione delle opere nei limiti delle proprie competenze.
Cambiano le imprese, cambiano gli appalti, cambiano i dirigenti, ma il problema resta sempre nello stesso posto: sulle spalle dei cittadini.
E sarebbe interessante conoscere non soltanto il costo complessivo aggiornato dell’Aurelia Bis, ma anche quanto siano costati gli anni di fermo, le varianti, i contenziosi, le nuove procedure e gli interventi necessari a sistemare ciò che nel frattempo si è deteriorato.
Il 2028? Un’altra data da segnare a matita
Il 30 settembre scorso, durante un incontro con gli amministratori locali, Anas ha illustrato il nuovo programma dei lavori.
Entro la fine del 2026 dovrebbero essere varate le travi del viadotto Sansobbia e completate alcune lavorazioni nelle gallerie Grana e Basci.
Nel 2027 sono previsti ulteriori interventi sugli svincoli, sulle gallerie e sugli impianti.
Il completamento generale è indicato nel 2028.
Poi è arrivato il crollo di via Famagosta.
Non sappiamo ancora quanto questo episodio inciderà sul programma complessivo, ma appare legittimo chiedere ad Anas se la scadenza del 2028 sia ancora realisticamente sostenibile.
Nel frattempo il sindaco Marco Russo ha annunciato la richiesta ad Anas di una relazione sulle opere di contenimento e di un cronoprogramma per il ripristino della strada.
Richieste sacrosante.
Ma dopo tredici anni di cantieri, forse sarebbe il momento di pretendere qualcosa di più di una nuova relazione e dell’ennesimo calendario dei lavori.
E la politica? Sempre presente alle conferenze, molto meno quando bisogna chiedere conto
C’è poi una responsabilità che non è giudiziaria, ma politica.
In tutti questi anni abbiamo visto ministri, sottosegretari, presidenti di Regione, parlamentari, sindaci e assessori parlare dell’Aurelia Bis.
Ognuno ha annunciato svolte, accelerazioni, finanziamenti, ripartenze e imminenti soluzioni.
Le fotografie dei sopralluoghi non sono mancate. Le dichiarazioni rassicuranti neppure.
Quello che è mancato è il risultato.
Naturalmente non si possono attribuire a tutti gli amministratori le medesime responsabilità. Le competenze sono diverse e molte decisioni dipendono da Anas e dal Ministero delle Infrastrutture.
Ma la politica locale e nazionale ha comunque il dovere di esercitare un controllo serio, costante e pubblico.
E soprattutto dovrebbe spiegare ai cittadini perché un’infrastruttura così importante abbia accumulato ritardi tanto difficili da giustificare.
Perché non basta presentarsi davanti alle telecamere quando si annuncia una ripartenza. Bisognerebbe farlo anche quando i programmi falliscono.
E magari, una volta tanto, rinunciare alla solita dichiarazione secondo cui questa volta i lavori procederanno senza intoppi.
I savonesi quella frase l’hanno già sentita troppe volte.
Non basta ricostruire la strada. Bisogna ricostruire anche la verità
La frana di via Famagosta rappresenta l’ultimo episodio di una vicenda che ha ormai superato ogni ragionevole limite di sopportazione.
Fortunatamente non ci sono state vittime. Ma non possiamo considerare sufficiente questa fortuna.
Occorre conoscere le cause tecniche del cedimento, verificare le condizioni delle altre opere di contenimento, garantire la sicurezza dei residenti e ripristinare quanto prima una strada importante anche per i collegamenti con l’ospedale San Paolo.
E contemporaneamente occorre riaprire pubblicamente la questione dei 70 milioni di danno erariale ipotizzato.
Perché i cittadini hanno diritto di sapere se quel denaro sia stato effettivamente perso, se siano state accertate responsabilità e quali iniziative siano state assunte per tutelare le risorse pubbliche.
Non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di rispetto per i contribuenti.
L’Aurelia Bis doveva essere la strada che avrebbe liberato Savona dal traffico. Per ora sembra essere diventata soprattutto la strada delle promesse, degli errori e delle occasioni perdute.
E mentre aspettiamo il 2028, con il ragionevole timore che possa arrivare qualche altra sorpresa, rimane una domanda.
Se per cinque chilometri di strada servono quindici anni, decine e decine di milioni di euro e una successione interminabile di appalti, chi controlla davvero come vengono spesi i soldi pubblici?
Perché a Savona ormai non basta più sapere quando finirà l’Aurelia Bis.
Vogliamo sapere anche chi risponderà di tutto quello che è successo prima.
E soprattutto, che fine hanno fatto quei 70 milioni individuati dalla Guardia di Finanza.






