Spiagge libere: Fiorini impartisce una sonora lezione di amministrazione a Vaccarezza.

Certe volte la politica locale regala perle involontarie. Il battibecco tra Angelo Vaccarezza e il sindaco di Spotorno Mattia Fiorini sul tema del PUD e della famigerata soglia del 40% di spiagge libere è una di quelle scene che andrebbero fatte ascoltare nelle scuole di amministrazione pubblica. Perché, senza volerlo, ha messo in luce due modi opposti di intendere il potere.

Da una parte Vaccarezza, che abbandona i panni del legislatore per indossare quelli dell’animatore di piazza. Il tono è quello dell’arringa, la logica è semplice: se vi organizziamo un incontro in Regione, con assessori, funzionari, Bucci e chi volete voi, e vi diciamo che sotto il 40% va bene lo stesso… tu lo fai? Sì o no. Una domanda secca, quasi da televoto. E soprattutto un messaggio pericoloso: la legge come dettaglio negoziabile, aggirabile con una stretta di mano o una rassicurazione verbale.

Dall’altra parte, la risposta di Fiorini è una doccia fredda — e salutare. Niente slogan, niente scorciatoie: «Il diritto non si fa con le dichiarazioni, il diritto si fa scrivendo le norme». Tradotto: io non sono qui per interpretare umori o promesse, ma per applicare una legge regionale così com’è scritta. Se non vi piace il 40%, cambiatelo. Nero su bianco. Assumetevene la responsabilità politica e io lo approvo.

Ed è qui che la brutta figura di Vaccarezza diventa evidente. Perché mentre prova ad aizzare i contestatori promettendo scorciatoie, Fiorini ribalta il tavolo con una verità elementare: i sindaci sono pubblici ufficiali, non esecutori di consigli informali. Che lo dica Marco Bucci, un avvocato o un assessore, non cambia nulla se la norma resta quella.

Il passaggio più tagliente arriva quando il sindaco mette tutti davanti allo specchio: avete avuto dieci anni per cambiare quella percentuale. Cancellate il 40%, scrivete 10% e io firmo subito. E chiama per nome e cognome i responsabili politici presenti in sala — Ripamonti e Rocco Invernizzi — invitandoli a fare l’unica cosa seria: prendersi la responsabilità di una scelta impopolare, invece di continuare a prendere in giro una categoria da vent’anni.

Alla fine resta una fotografia impietosa. Da un lato chi soffia sul fuoco del malcontento, salvo poi nascondersi dietro le pieghe della burocrazia. Dall’altro un sindaco che, piaccia o no, ricorda a tutti una regola basilare: la politica può promettere, ma l’amministrazione deve applicare le leggi.

Una lezione secca, quasi brutale. E proprio per questo utilissima. Perché dimostra che il vero coraggio, oggi, non è aizzare una platea, ma dire un no motivato. Anche quando non conviene

Condividi

Lascia un commento