L’inchiesta di Marco Grasso sul Fatto Quotidiano racconta l’affitto di una sede regionale riconducibile all’uomo di fiducia dell’editore del Secolo XIX. Lo stesso nome era già comparso nella vicenda dei dossier sui giornalisti. Coincidenze e rapporti perfettamente legittimi possono esistere. Ma quando entrano in scena soldi pubblici, politica e libertà dell’informazione, le domande diventano inevitabili.
Ci sono notizie che, prese singolarmente, potrebbero apparire come normali vicende amministrative. Poi si mettono una accanto all’altra e il quadro diventa decisamente più interessante.
È quanto emerge dalla nuova inchiesta del bravo giornalista Marco Grasso, pubblicata da Il Fatto Quotidiano, che racconta una vicenda nella quale finiscono per incrociarsi Regione Liguria, IRE, l’entourage dell’editore del Secolo XIXe alcuni dei protagonisti della burrascosa vicenda che ha preceduto l’allontanamento dell’ex direttore Michele Brambilla.
E quando politica, affari e informazione finiscono nello stesso pentolone, non significa automaticamente che ci sia qualcosa di illecito. Significa però che la trasparenza deve essere massima.
La Regione va in affitto
La vicenda riguarda Palazzo Carmonte, in piazza Piccapietra a Genova.
Nei locali che per anni hanno ospitato la palestra Area 51 dovrebbe trasferirsi IRE, la società della Regione Liguria che si occupa, tra l’altro, di gare d’appalto. Anche Il Secolo XIX aveva già dato notizia del trasferimento di circa 70 dipendenti dell’agenzia in circa mille metri quadrati nel centro di Genova.
Secondo quanto ricostruisce Grasso, l’immobile è riconducibile ad Alfonso Lavarello, attraverso Top Spa.
Ed è qui che una normale operazione immobiliare comincia ad assumere un significato politico decisamente più delicato.
Perché Lavarello non è un nome qualsiasi.
È indicato come uomo di fiducia di Gianluigi Aponte, proprietario del Secolo XIX, e il suo nome era già emerso nell’altra vicenda che ha investito il quotidiano genovese: quella dei presunti dossier sui giornalisti e dei rapporti tesissimi tra il presidente della Regione Marco Bucci e l’allora direttore Michele Brambilla.
Una precedente inchiesta dello stesso Marco Grasso, realizzata insieme a Tullio Saba, aveva infatti ricostruito il ruolo attribuito a Lavarello nella vicenda del documento contenente valutazioni sulla linea editoriale e sui giornalisti del quotidiano.
Una storia sulla quale Bucci ha sempre respinto le accuse che gli sono state rivolte.
Ed è bene ricordarlo.
190 mila euro all’anno e 430 mila euro di lavori
Secondo la ricostruzione pubblicata dal Fatto, nel marzo 2025 Top Spa avrebbe siglato un preliminare con IRE.
L’accordo prevederebbe un affitto da circa 190 mila euro all’anno.
Ma c’è un altro particolare interessante: l’immobile necessitava di lavori di ristrutturazione per circa 430 mila euro, che sarebbero stati sostenuti dall’affittuario.
Cioè, indirettamente, da una società pubblica regionale.
Non stiamo sostenendo che ci sia qualcosa di irregolare: saranno eventualmente gli organi competenti a valutarlo.
La domanda politica è un’altra e molto più semplice:
era questa la soluzione economicamente più conveniente per la Regione Liguria?
Perché quando un soggetto pubblico prende in affitto un immobile privato, pagando un canone importante e investendo inoltre centinaia di migliaia di euro per sistemarlo, il cittadino ha tutto il diritto di chiedere quali alternative siano state valutate e perché siano state scartate.
E infatti proprio su questo punto si sono mossi i consiglieri regionali del PD Simone D’Angelo e Davide Natale, con un esposto alla Corte dei Conti, ipotizzando un possibile danno erariale.
Sarà la magistratura contabile, non la politica e tantomeno un giornale, a stabilire se quell’ipotesi abbia qualche fondamento.
Il particolare che rende tutto molto più interessante
Se la storia terminasse qui, sarebbe una vicenda amministrativa da approfondire.
Ma il nome di Lavarello porta inevitabilmente da un’altra parte.
Porta al Secolo XIX.
E porta alla guerra scoppiata nei mesi scorsi tra Marco Bucci e l’allora direttore Michele Brambilla.
Brambilla aveva denunciato pressioni sulla linea editoriale del quotidiano, sostenendo che gli venisse contestato un atteggiamento troppo favorevole alla sindaca di Genova Silvia Salis. Bucci aveva respinto la ricostruzione.
La vicenda era diventata nazionale e aveva prodotto denunce, polemiche e un’inchiesta dell’Ordine dei giornalisti.
Marco Grasso e Tullio Saba avevano poi pubblicato sul Fatto Quotidiano un’inchiesta secondo la quale il famoso documento con le indicazioni sulla linea del giornale sarebbe passato proprio attraverso Lavarello.
E oggi scopriamo che una società riconducibile allo stesso Lavarello intrattiene un importante rapporto economico con una società della Regione Liguria.
Naturalmente una cosa non dimostra l’altra.
È fondamentale dirlo.
Ma è altrettanto difficile sostenere che il quadro non meriti qualche domanda.
E spuntano anche 50 mila euro per la Fondazione del Secolo XIX
Grasso segnala inoltre un altro elemento.
Il 10 luglio scorso la Regione Liguria avrebbe stanziato 50 mila euro a favore della Fondazione Il Secolo XIX, impegnata nella digitalizzazione del patrimonio storico del quotidiano.
Anche in questo caso un finanziamento pubblico può essere assolutamente legittimo, motivato e perfino meritorio.
Il problema non è necessariamente il singolo atto.
Il problema è il contesto complessivo nel quale quell’atto viene collocato.
Perché abbiamo un presidente della Regione protagonista di uno scontro durissimo con la direzione del principale quotidiano ligure; abbiamo un uomo vicino alla proprietà del giornale che compare nella vicenda dei dossier; abbiamo lo stesso uomo collegato a una società immobiliare che affitta locali a una società regionale; abbiamo lavori consistenti a carico dell’affittuario pubblico; e abbiamo infine un contributo regionale alla Fondazione legata allo stesso quotidiano.
Sono tessere diverse.
Nessuno può incollarle arbitrariamente per costruire una verità precostituita.
Ma nessuno dovrebbe nemmeno impedire ai giornalisti e ai cittadini di metterle sul tavolo e guardarle tutte insieme.
Il problema non è dimostrare un complotto. È pretendere trasparenza
Qui sta probabilmente il punto politico più importante.
Non serve immaginare complotti.
Anzi, sarebbe un errore.
Occorre invece fare qualcosa di molto più semplice: pretendere documenti, spiegazioni e trasparenza.
Perché una pubblica amministrazione deve essere in grado di dimostrare non soltanto che un’operazione è formalmente legittima, ma anche che tutela nel modo migliore l’interesse pubblico.
Perché proprio quell’immobile?
Quali altre sedi sono state valutate?
Quanto costavano?
Perché investire circa 430 mila euro nella ristrutturazione di locali presi in affitto?
Quali vantaggi economici e organizzativi giustificano questa scelta?
Sono domande normali.
Diventano ancora più normali quando il proprietario dell’immobile è collegato a un protagonista di una vicenda che ha riguardato direttamente i rapporti tra il presidente della Regione e il principale quotidiano ligure.
Il giornalismo serve proprio a questo
E qui bisogna riconoscere il merito di Marco Grasso, giornalista genovese oggi al Fatto Quotidiano, con alle spalle anche un’esperienza proprio al Secolo XIX.
Il valore di un’inchiesta giornalistica non consiste necessariamente nello scoprire un reato.
Consiste spesso nel prendere atti, date, società, nomi e rapporti apparentemente lontani e metterli in relazione, permettendo ai cittadini di farsi delle domande.
È esattamente ciò che dovrebbe fare il giornalismo quando controlla il potere.
Qualunque potere.
Di destra o di sinistra.
E forse è proprio questo il particolare più inquietante di tutta la storia.
Una democrazia sana non dovrebbe avere paura dei giornalisti che fanno domande. Dovrebbe avere paura del giorno in cui smetteranno di farle.
Per questo l’inchiesta di Marco Grasso merita di essere letta e approfondita.
E per questo sarebbe auspicabile che Regione Liguria rispondesse nel merito, punto per punto, rendendo pubblici tutti gli elementi utili a valutare la convenienza dell’operazione.
Perché quando nello stesso racconto compaiono politica, denaro pubblico, proprietà dei giornali e libertà dell’informazione, la risposta peggiore sarebbe liquidare tutto come una semplice coincidenza.
Le coincidenze possono esistere.
La trasparenza, invece, deve esistere.






