Cava di Bormida: scavare può non rendere, riempire sì?

C’è un aspetto della possibile riapertura della cava Giambrigne di Bormida che merita una domanda molto chiara: l’estrazione del materiale sarebbe davvero un’attività economicamente conveniente?

La storia della vecchia cava, durata poco e chiusa decenni fa, racconta che il calcare estratto non era certo considerato un materiale pregiato. Tanto che, secondo quanto ricordato nel servizio del Tg3 Liguria, non sarebbe stato ritenuto particolarmente adatto neppure per alcuni impieghi edilizi ordinari. Oggi si parla di grandi quantità da cavare, esplosivi, camion e dieci anni di attività: un investimento importante per un prodotto che, da solo, rischia di valere poco.

E allora viene spontaneo chiedersi dove stia il vero interesse economico dell’operazione.

Forse non tanto nel togliere la montagna, ma nel riempire il vuoto che resta. Il progetto prevede infatti l’arrivo di oltre 220 mila metri cubi di materiali esterni per il riempimento finale della cava. Materiali che, ovviamente, qualcuno dovrebbe conferire e pagare per conferire.

È qui che il dibattito si incrocia inevitabilmente con l’ipotesi dell’inceneritore in Val Bormida. Se un impianto dovesse davvero essere realizzato, produrrebbe ceneri e residui da gestire. Non significa affermare che finirebbero a Bormida: oggi sarebbe scorretto dirlo. Ma è legittimo domandare, fin da ora, quali tipologie di materiali potrebbero essere autorizzate per il riempimento e quali garanzie avrebbero cittadini e Comuni.

Perché un conto è una cava che estrae pietra; un altro è una cava che, finita l’estrazione, diventa un grande contenitore di materiali portati da fuori. E quando il guadagno rischia di non stare nel calcare che esce, ma in ciò che entra, la trasparenza non è un optional: è il minimo indispensabile.

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