Spotorno, la Chiesa difende i Bagni ma dimentica le colonie vendute al mattone

A Spotorno si combatte una singolare “guerra santa” per la spiaggia. Prima le suore dei Bagni Garrone, ora un sacerdote lombardo in difesa della struttura Sant’Antonio: tutti a denunciare l’ingiustizia, l’ideologia, l’abbandono delle persone fragili.

Il tema della disabilità e dell’accessibilità al mare è serio e non può essere liquidato con superficialità. Se una struttura ha costruito negli anni servizi utili ad anziani, malati, disabili e famiglie in difficoltà economica, è giusto che quei servizi siano tutelati e, possibilmente, migliorati. Ma c’è un punto che nelle indignate lettere del clero non compare mai: il patrimonio sociale che la Chiesa possedeva lungo la costa savonese.

Per decenni le colonie marine, spesso dotate di accesso diretto alla spiaggia, hanno accolto bambini, ragazzi, famiglie e persone con poche disponibilità economiche. Erano luoghi nati con una funzione educativa e sociale, non semplici beni immobiliari da mettere a reddito. Eppure, nel tempo, una parte importante di quel patrimonio è stata alienata, trasformata o lasciata finire nelle mani della speculazione edilizia e immobiliare.

Basta guardare a Celle Ligure. Le ex Colonie Bergamasche, un tempo destinate all’accoglienza dei bambini, sono finite dentro una grande operazione immobiliare. In quell’affare compariva anche l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Non una scelta imposta dall’esterno, dunque, ma la rinuncia a un pezzo di patrimonio sociale in favore della valorizzazione edilizia.

Per questo stona sentire oggi il clero parlare di tutela dei fragili come se il problema fosse soltanto una concessione balneare da salvare. Prima di impartire lezioni al Comune di Spotorno, sarebbe utile ricordare quante occasioni di vera accoglienza popolare sono state perdute, cedute o trasformate lungo la Riviera.

Il sindaco Mattia Fiorini, almeno su un punto, sembra avere ragione: la categoria dei “bagni di beneficenza” non sarebbe più prevista dalla normativa regionale e il nuovo Piano di utilizzo del demanio deve adeguarsi alle tipologie consentite. Non significa cancellare l’attività sociale, ma sottoporla a una procedura pubblica, nella quale la Fondazione potrà partecipare presentando un progetto serio, accessibile e rivolto davvero alle persone fragili.

Anzi, la trasformazione in spiaggia libera attrezzata può diventare un’occasione: non un servizio riservato agli ospiti di una struttura privata, sia pure meritoria, ma un arenile realmente accessibile a tutti, con obblighi precisi per il futuro gestore.

Fiorini lo spiega con chiarezza: una spiaggia libera attrezzata deve garantire per legge l’accesso libero e gratuito e l’effettiva possibilità di raggiungere e utilizzare il mare anche alle persone con disabilità. Il percorso già esistente potrà essere conservato e valorizzato, ma il servizio non può restare legato indefinitamente a un singolo concessionario, neppure quando quel concessionario svolge un’attività apprezzabile.

Il problema, dunque, non è difendere un privilegio concessorio in nome della beneficenza. Il problema è garantire servizi concreti, gratuiti e senza barriere. E soprattutto evitare lezioni morali da chi, prima di lamentarsi per un bagno perduto, dovrebbe spiegare che fine hanno fatto le tante colonie e le tante spiagge che per decenni rappresentavano un patrimonio sociale della Chiesa e dell’intera comunità.

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