
C’è una tentazione antica nella politica italiana: quella di credere che basti spostare qualche pedina per far sembrare nuova una scacchiera che nuova non è. In Liguria, la recente doppia nomina voluta dal presidente Marco Bucci – quella di Antonino Minicuci e Antonio Eroi – sembra inserirsi perfettamente in questo copione già visto.
Sulla carta, tutto è formalmente in ordine: incarichi dirigenziali, ruoli strategici, funzioni ben definite. Minicuci si occuperà dell’attuazione del programma di governo, Eroi della struttura specialistica per la caccia. Nulla di illegittimo, almeno apparentemente. Ma la politica non vive di formalità. Vive di fiducia. E la fiducia si nutre di trasparenza, non di appartenenza.
Il punto non è se queste nomine siano legittime. Il punto è un altro: sono opportune?
Quando due figure considerate “fedelissime” del presidente vengono collocate in ruoli chiave, il sospetto – legittimo – è che il criterio non sia stato solo quello della competenza. E quando parliamo di incarichi pubblici, pagati con risorse pubbliche (115 mila euro l’anno, non bruscolini), il dubbio diventa questione politica, non polemica sterile.
Non a caso, il consigliere regionale Gianni Pastorino ha chiesto accesso agli atti. Tradotto: vuole capire come si è arrivati a queste nomine, quali procedure sono state seguite, quali criteri adottati. Una richiesta che, in un sistema sano, dovrebbe essere considerata normale amministrazione, non un atto ostile.
Perché il problema vero non è Minicuci o Eroi. Il problema è il metodo.
La Liguria – e non solo – ha un disperato bisogno di una pubblica amministrazione forte, autonoma, capace di reggere anche quando la politica cambia. Invece, troppo spesso, si assiste al contrario: strutture piegate alle logiche del consenso, incarichi che sembrano più rispondere alla fedeltà che alla competenza, una macchina pubblica che rischia di diventare estensione del potere politico invece che suo contrappeso.
E qui sta il nodo. Governare non è distribuire incarichi. È costruire credibilità.
Perché puoi anche nominare i migliori amici, i più fidati, i più allineati. Ma se manca la trasparenza, se manca il merito percepito, se manca quella distanza sana tra politica e amministrazione… allora non stai rafforzando la Regione. La stai indebolendo.
E alla fine, il conto – come sempre – lo pagano i cittadini.
Non con i 115 mila euro.
Ma con qualcosa di molto più costoso: la perdita di fiducia nelle istituzioni.






