
C’è chi cambia idea. E poi c’è chi cambia casacca con una disinvoltura che farebbe impallidire anche i professionisti del trasformismo.
Il percorso di Monica Giuliano è ormai un piccolo caso da manuale: dal vecchio Pci al Pd, poi il passaggio nell’orbita del centrodestra con Giovanni Toti, fino all’approdo – oggi – nella segreteria dell’assessore leghista Paolo Ripamonti.
Non è solo un cambio di ruolo. È la fotografia di una politica che ha smesso di avere coordinate riconoscibili. Le etichette contano sempre meno, le traiettorie personali sempre di più.
Giuliano, che qualcuno immaginava persino candidata sindaco a Savona, finisce invece negli uffici regionali, con un incarico “provvisorio” di 12 mesi. Una formula che, nella traduzione reale, suona come: sistemazione politica garantita.
Il problema non è il singolo passaggio. È il sistema che lo rende normale. Dal governo dei rifiuti regionali fino alla segreteria di un assessore della Lega, il filo conduttore non sembra essere una visione, ma una continuità di posizionamento.
E mentre i partiti si accapigliano in pubblico, nei corridoi si mescolano senza pudore. A Savona, dove si discute di candidature e futuro, il messaggio che arriva è semplice: le idee sono mobili, le poltrone molto meno.
Altro che alternativa politica. Qui siamo alla mobilità permanente. E senza nemmeno il bisogno di spiegarla.






