M5S, il grande tour dell’ascolto. Ma le decisioni sono già prese: gli iscritti applaudano e non disturbino

Da Lavagna a Finale Ligure, il Movimento 5 Stelle celebra partecipazione, confronto e democrazia dal basso. Ma dalle testimonianze sulle assemblee emerge un quadro ben diverso: domande senza risposta, tensioni interne, critiche agli attivisti e trattative politiche avviate sopra la testa dei territori. A Savona spunta anche il “sogno” di Giuseppe Conte: l’accordo con il PD.
C’era una volta il Movimento 5 Stelle. Quello dell’«uno vale uno», delle decisioni prese dal basso, dei cittadini protagonisti e dei vertici chiamati a rispettare la volontà degli iscritti.
Oggi, almeno a giudicare da quanto viene raccontato sulle assemblee territoriali liguri del 16 e 17 ottobre, sembra esserne rimasto soprattutto il ricordo.
Il coordinatore regionale Stefano Giordano, accompagnato dai senatori Ettore Licheri e Luca Pirondini e da Susy Matrisciano, ha organizzato un tour della Liguria presentato come una grande occasione di ascolto, partecipazione e confronto.
Le premesse erano solenni. Giordano aveva annunciato l’intenzione di valorizzare i gruppi territoriali, raccogliere le proposte degli iscritti e trasformare la partecipazione in un metodo permanente.
Parole bellissime. Peccato che, secondo le testimonianze raccolte, tra le intenzioni dichiarate e quanto accaduto nelle prime due assemblee ci sia una distanza che meriterebbe qualche spiegazione.

Lavagna: Genova invitata, il Tigullio protagonista

La prima curiosità riguarda già la scelta della sede.
Per discutere anche dei problemi del Movimento a Genova, si è deciso di convocare l’assemblea a Lavagna. Una scelta legittima, naturalmente, ma che ha finito per condizionare l’incontro.
Secondo il racconto di alcuni partecipanti, infatti, il dibattito sarebbe stato monopolizzato dalle tensioni interne al Tigullio, con discussioni particolarmente animate e questioni organizzative difficilmente comprensibili per chi non ne conosceva i precedenti.
Genova, sostanzialmente, sarebbe rimasta ai margini.
Eppure Giordano avrebbe trovato il modo di complimentarsi con il gruppo territoriale, definendolo addirittura un «gruppo modello».
Un giudizio che, alla luce delle tensioni riferite, appare quantomeno singolare.
Ma la questione più interessante riguarda la democrazia interna.
Secondo quanto riferito, l’accorpamento di due precedenti gruppi territoriali sarebbe stato approvato durante una riunione online, su iniziativa di Giordano, con una votazione avvenuta verso mezzanotte, quando sarebbero rimasti collegati meno di venti partecipanti.
Un passaggio che avrebbe portato alla costituzione di un gruppo di circa 255 iscritti.
Se questa è la ricostruzione, sarebbe opportuno conoscere il numero esatto dei votanti, le modalità della consultazione e le ragioni della scelta.
Perché una decisione può essere formalmente regolare e risultare comunque politicamente poco rappresentativa.
E le domande?
Sempre secondo le testimonianze, ne sarebbero state formulate diverse, con l’assicurazione che sarebbe arrivata una risposta. Risposte che, a quanto riferito, non sono arrivate.
Un risultato piuttosto deludente per un incontro organizzato proprio per ascoltare gli iscritti.

Licheri e la nuova democrazia: la linea la decide Conte

Particolarmente significativo sarebbe stato l’intervento del senatore Ettore Licheri.
Nel corso della discussione sulle alleanze, anche con riferimento a Matteo Renzi, Licheri avrebbe ribadito che la linea politica viene stabilita da Giuseppe Conte e che non spetta ai gruppi territoriali metterla in discussione.
Se il senso dell’intervento è stato questo, siamo davanti a una concezione del Movimento molto distante dalle sue origini.
Una volta i cittadini dovevano indicare la strada ai rappresentanti politici. Adesso sembrerebbe che i rappresentanti debbano spiegare ai cittadini quale strada è già stata scelta.
E gli attivisti?
A loro, secondo quanto riferito, Licheri, in tono pateranalistico avrebbe suggerito di avvicinarsi alle persone, aiutarle, accompagnarle nelle difficoltà quotidiane, costruendo così un’immagine positiva del Movimento.
Un invito all’impegno sociale certamente condivisibile. Ma che diventa discutibile se l’attività sul territorio viene concepita soprattutto come uno strumento per ottenere consenso.
La solidarietà dovrebbe essere un valore, non una tecnica di propaganda elettorale.

Finale Ligure: il sogno di Conte e il risveglio degli attivisti savonesi

Se a Lavagna il problema sarebbe stato l’ascolto, a Finale Ligure la questione è diventata ancora più politica.
L’assemblea savonese era stata annunciata con uno slogan rassicurante: «Idee, partecipazione e territorio».
Giordano aveva invitato tutti a portare esperienze, proposte e voglia di contribuire, ricordando che il futuro del Movimento nel Savonese si costruisce insieme.
Poi, secondo la cronaca dell’incontro, sarebbe arrivata la notizia destinata a far discutere.
Giordano avrebbe dichiarato che sono in corso trattative con il Partito Democratico savonese in vista delle elezioni comunali del 2027, richiamando più volte quello che avrebbe definito il «sogno» del presidente Giuseppe Conte.
Una dichiarazione politicamente rilevante, che andrebbe chiarita anche nei suoi termini esatti.
Perché il problema non è che il Movimento 5 Stelle dialoghi con il PD. Le alleanze sono legittime e la politica è fatta anche di compromessi.
Il problema è un altro.
Chi ha deciso di avviare queste trattative? Con quale mandato? Quali organismi territoriali sono stati consultati? E soprattutto, quale ruolo hanno avuto gli iscritti savonesi?
Se un’assemblea convocata per costruire insieme il futuro politico del territorio diventa l’occasione per comunicare trattative già avviate, il significato della partecipazione cambia radicalmente.
Non si chiede più agli iscritti che cosa vogliono fare. Si comunica loro che cosa si sta facendo.
E magari si pretende anche che ne siano entusiasti.

Gli attivisti storici? Un problema da superare

Il passaggio forse più significativo della riunione di Finale sarebbe stato ancora una volta l’intervento di Licheri.
Il senatore, secondo le testimonianze, avrebbe criticato una certa autoreferenzialità dei vecchi attivisti savonesi, sottolineando che il Movimento è cambiato e non deve più avere paura di confrontarsi con altre forze politiche.
Un’affermazione che, presa isolatamente, potrebbe persino essere condivisibile.
Nessuna organizzazione politica può vivere eternamente di nostalgia e nessun gruppo può pretendere di essere proprietario del Movimento.
Ma c’è una differenza sostanziale tra il rinnovamento e la delegittimazione di chi ha costruito una presenza politica sul territorio.
Gli attivisti storici possono sbagliare, possono avere posizioni discutibili, possono persino ostacolare cambiamenti necessari.
Ma non diventano automaticamente un problema soltanto perché non condividono le scelte dei vertici.
Ancora più curiosa la metafora attribuita a Licheri: un gruppo territoriale sospeso sarebbe come un polmone bloccato, un territorio che non respira.
Una metafora suggestiva, alla quale manca però un dettaglio fondamentale.
Chi ha bloccato quel polmone?
Chi ha deciso le sospensioni? Per quali motivi? E che cosa è stato fatto per ricostruire il confronto?
È facile rimproverare ai territori di non essere sufficientemente attivi. Più difficile è spiegare come possano esserlo quando i rapporti interni sono compromessi e le decisioni importanti sembrano arrivare dall’alto.

Savona, il PD e il grande equivoco della partecipazione

La questione savonese merita un approfondimento particolare.
Le elezioni comunali del 2027 rappresentano un appuntamento importante. Il giudizio sull’amministrazione Russo, il rapporto con il Partito Democratico e la possibilità di costruire una coalizione sono questioni che richiederebbero un confronto politico serio.
Un confronto sui programmi, sulle responsabilità amministrative, sulle scelte compiute e su quelle da compiere.
Invece, stando alle testimonianze dell’assemblea, il dibattito rischia di essere sostituito da un argomento assai più semplice: l’alleanza sarebbe il sogno di Conte.
Ma da quando i sogni di un presidente nazionale sostituiscono le valutazioni politiche degli iscritti di una città?
Il M5S di Savona pone una condizione che considera indispensabile per un eventuale accordo: la non ricandidatura di Marco Russo, condizione che, a quanto pare, neppure viene presa in considerazione
Perché un’alleanza senza una chiara valutazione del governo cittadino rischia di apparire più come un’operazione elettorale che come un progetto politico.
E se il Movimento considera davvero fondamentali i gruppi territoriali, dovrebbe consentire loro di discutere liberamente anche l’ipotesi di non raggiungere un accordo.
Altrimenti il confronto serve soltanto a stabilire come realizzare una decisione presa altrove.

I complimenti alla coordinatrice e l’unità che non si vede

Durante l’incontro savonese non sarebbero mancati gli apprezzamenti per il lavoro svolto dalla coordinatrice territoriale Stefania Scarone.
Se l’obiettivo dichiarato dell’assemblea era uscire più uniti, le tensioni emerse e le critiche rivolte ad alcuni attivisti suggeriscono un risultato ben diverso.
L’unità non si costruisce distribuendo elogi ai dirigenti e rimproveri a chi manifesta perplessità.
Si costruisce affrontando i conflitti, chiarendo le responsabilità e soprattutto accettando che qualcuno possa avere un’opinione diversa da quella dei vertici.
Un’organizzazione politica nella quale il dissenso viene sistematicamente interpretato come ostacolo al cambiamento rischia di confondere l’unità con l’obbedienza.

Da «uno vale uno» a «uno decide per tutti»?

Eccoci al punto centrale.
Il Movimento 5 Stelle ha tutto il diritto di cambiare identità, strategia, alleanze e organizzazione.
Può scegliere di essere una forza progressista, dialogare stabilmente con il Partito Democratico e superare alcune delle proprie posizioni originarie.
Ma dovrebbe avere il coraggio di spiegare ai propri iscritti che cosa è cambiato e, soprattutto, quale spazio resta per il dissenso.
Perché il problema non è Giuseppe Conte. Non è neppure Stefano Giordano o Ettore Licheri.
Il problema è un modello politico nel quale si continua a parlare di partecipazione dal basso mentre le scelte fondamentali sembrano sempre più concentrate al vertice.
Si convocano assemblee per ascoltare, ma le domande restano senza risposta.
Si esalta l’autonomia dei territori, ma si annunciano trattative politiche che, secondo alcuni partecipanti, non sarebbero state preventivamente condivise.
Si invitano gli attivisti a partecipare, ma si rimproverano quelli che non condividono la nuova linea.
E si celebra il rinnovamento, mentre chi chiede spiegazioni rischia di essere dipinto come un nostalgico incapace di comprendere i tempi.
Una domanda politica resta, indipendentemente dalle singole polemiche.
Che cosa deve fare oggi un iscritto al Movimento 5 Stelle che non condivide la linea di Giuseppe Conte? Discutere per cercare di cambiarla oppure limitarsi ad applicarla?
Perché, se vale la seconda risposta, sarebbe almeno opportuno aggiornare gli slogan.
Non più «uno vale uno».
Ma, più semplicemente:
«Uno decide. Gli altri partecipano, purché siano d’accordo».
E forse, per organizzare le prossime assemblee territoriali, non servirà neppure affittare una sala.
Basterà una circolare con le decisioni già prese.
Con buona pace della democrazia dal basso.

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