VARAZZE, DOPO LA COLATA DI ASFALTO ARRIVA QUELLA DI CEMENTO: GLI ALBERI FANNO POSTO AI BOX AUTO

Prima la distesa di asfalto di piazza Pizzorno, adesso un nuovo complesso di autorimesse a pochi passi. A Varazze la chiamano rigenerazione urbana, ma viene spontaneo chiedersi: rigenerare significa davvero sostituire il verde esistente con cemento, parcheggi e qualche aiuola decorativa?

A Varazze la rigenerazione urbana sembra avere una ricetta piuttosto semplice: dove c’è uno spazio libero si costruisce, dove c’è un albero si valuta se eliminarlo e, alla fine, per rendere tutto più presentabile, si aggiunge qualche pianta ornamentale.
Dopo la grande distesa di asfalto realizzata nella zona di piazza Pizzorno, della quale ci siamo già occupati denunciando una riqualificazione decisamente poco verde, arriva un altro intervento destinato a modificare profondamente l’aspetto di questa parte della città….leggi
Siamo nella zona di via Piave, via Bernardo Pizzorno e via Fratelli Cairoli, in prossimità della ferrovia, dove è prevista la realizzazione di un complesso di autorimesse private.
Un’area nella quale, come mostra anche la fotografia satellitare, sono ancora presenti alberature di alto fusto e spazi verdi che rappresentano un piccolo patrimonio ambientale in un contesto urbano già densamente edificato.
Il timore è che questo patrimonio venga sacrificato per lasciare spazio a nuovi volumi in cemento, sostituito da una sistemazione a verde che difficilmente potrà avere lo stesso valore ambientale.

Box auto da 80.000 euro e giardini scenografici

A rendere particolarmente interessante la vicenda è un annuncio immobiliare già pubblicato online.
L’agenzia Mondo Casa propone box auto di nuova realizzazione in via Piave, con prezzi a partire da 80.000 euro per un’autorimessa di 17 metri quadrati.
Il complesso, secondo la descrizione commerciale, sarà sviluppato su più livelli, con elevatore per automobili, ascensore, accessi pedonali protetti e predisposizione per la ricarica dei veicoli elettrici.
Fin qui, un’operazione immobiliare che risponde alla domanda di parcheggi privati.
Ma è la descrizione dell’inserimento paesaggistico a meritare qualche riflessione.
Si parla infatti di una parete verde verticale, pavimentazioni drenanti, aiuole, nuove alberature e illuminazione studiata.
Tutto molto elegante, almeno sulla carta.
Ma un conto è conservare alberi maturi, con radici profonde e chiome capaci di ombreggiare e mitigare il calore estivo. Un altro è realizzare una parete verde ornamentale davanti a un’autorimessa in cemento.
Non sono la stessa cosa. E soprattutto non offrono necessariamente gli stessi benefici ambientali.
Il verde non dovrebbe diventare una decorazione da aggiungere alla fine di un progetto edilizio, quasi fosse il fiocco su un pacco regalo.

Prima l’asfalto, adesso le autorimesse

Il collegamento con quanto abbiamo già denunciato è inevitabile.
Il 25 agosto avevamo pubblicato un articolo dal titolo «Varazze, la rigenerazione urbana a colpi di asfalto: piazza Pizzorno diventa una pista nera».
Avevamo criticato la trasformazione di uno spazio urbano in una vasta superficie asfaltata, evidenziando il rischio di aumentare il calore e ridurre la qualità ambientale.
Adesso, a poca distanza, si prospetta un ulteriore intervento edilizio.
Presi singolarmente, questi progetti vengono presentati come operazioni di riqualificazione, miglioramento della viabilità e risposta alla necessità di parcheggi.
Ma se li osserviamo nel loro insieme, il quadro merita una riflessione più ampia.
Quanta superficie permeabile rimarrà? Quanti alberi saranno conservati? Quanto cemento verrà aggiunto? E quale sarà il bilancio ambientale complessivo di queste trasformazioni?
Perché una città non può essere valutata soltanto contando i nuovi posti auto o le opere realizzate.
Bisognerebbe anche contare gli alberi che perde, il suolo che impermeabilizza e gli spazi naturali che non riuscirà più a recuperare.

Il Comune dovrebbe spiegare che fine faranno gli alberi

Prima di applaudire alla nuova rigenerazione urbana, sarebbe opportuno che l’amministrazione comunale rendesse pubblici alcuni elementi fondamentali.
Quante alberature di alto fusto sono presenti nell’area interessata? Quante potranno essere conservate? Sono previsti abbattimenti? Esiste una relazione agronomica che ne giustifichi l’eventuale eliminazione?
E ancora: quanta superficie sarà occupata dalle nuove strutture? Quale sarà la reale profondità del terreno destinato alle nuove piantumazioni? Le alberature promesse potranno svilupparsi naturalmente oppure saranno semplici elementi ornamentali collocati sopra le autorimesse?
Domande concrete, alle quali sarebbe utile ricevere risposte altrettanto concrete.
Perché un giardino realizzato sopra una soletta di cemento, per quanto gradevole, non equivale automaticamente a un terreno naturale sul quale crescono da decenni alberi di alto fusto.

La rigenerazione urbana non dovrebbe essere una scusa per costruire

Nessuno nega che Varazze abbia bisogno di parcheggi e che alcune aree possano essere riqualificate.
Ma la rigenerazione urbana dovrebbe partire da un principio fondamentale: migliorare la qualità della città senza sacrificare inutilmente ciò che già funziona dal punto di vista ambientale.
Gli alberi maturi non sono un ostacolo da eliminare per adattare il terreno a un progetto. Dovrebbero essere, al contrario, un elemento attorno al quale progettare.
A Varazze, invece, si rischia di assistere all’ennesima trasformazione nella quale l’interesse immobiliare appare molto più visibile del beneficio ambientale.
E mentre si moltiplicano i progetti, le autorimesse e le superfici pavimentate, il verde rischia di essere relegato al ruolo di comparsa.
La conclusione è semplice: un box auto si può costruire in pochi mesi. Per far crescere un albero di alto fusto occorrono decenni.
E se per realizzare nuovi parcheggi si dovessero abbattere alberi maturi, non basterebbe una parete verde verticale per chiamare tutto questo rigenerazione urbana.
A Varazze il cemento continua a trovare spazio. Sarebbe bello che, almeno qualche volta, fosse il cemento a doversi fermare davanti a un albero.

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