
Ancora una volta il viceministro Edoardo Rixi, su La Repubblica, annuncia una stagione di rilancio infrastrutturale per la Liguria: raddoppio ferroviario del Ponente, collegamento Genova-Marsiglia nei corridoi europei, seconda canna del Colle di Tenda, autostrade del mare e nuovi investimenti per superare l’isolamento della regione. Un disegno ambizioso che sulla carta appare condivisibile e che punta a intercettare fondi europei e nazionali.
Il problema, però, è che i liguri non vivono sulla carta.
Vivono nelle code.
Vivono nelle autostrade trasformate da anni in un cantiere permanente.
Vivono nei rallentamenti della A10, nelle chiusure improvvise della A6, nei restringimenti della A26, nei viadotti sotto manutenzione e nelle gallerie che sembrano non finire mai. Vivono una quotidianità fatta di tempi di percorrenza imprevedibili che penalizzano lavoratori, imprese e turismo.
Per questo le parole di Rixi rischiano di apparire sempre più come un esercizio di pianificazione futura mentre il presente continua a essere drammaticamente problematico.
L’idea del raddoppio Finale-Andora è certamente strategica. Quel tratto a binario unico rappresenta da decenni uno dei principali colli di bottiglia ferroviari del Nord Ovest e il suo completamento sarebbe fondamentale. Ma i cittadini del Ponente sentono parlare di questa opera da così tanti anni che ormai la accolgono con lo stesso entusiasmo con cui si ascolta una promessa elettorale ripetuta per l’ennesima volta.
Nel frattempo la realtà racconta altro.
Racconta di una provincia di Savona che continua a perdere residenti e giovani.
Racconta di imprese che devono fare i conti con costi logistici superiori rispetto a quelli di altre regioni.
Racconta di una rete ferroviaria locale che presenta ancora numerose criticità e di un trasporto pubblico che fatica a garantire servizi adeguati.
E racconta soprattutto di una Liguria che rischia di restare schiacciata tra Genova e il Piemonte, mentre il Ponente continua ad attendere opere promesse da almeno trent’anni.
Anche il progetto delle “autostrade del mare” merita una riflessione. Ridurre il traffico pesante sulle autostrade liguri è certamente un obiettivo condivisibile. Tuttavia ogni volta che si parla di trasferire merci dalla gomma al mare emerge una domanda semplice: perché queste soluzioni vengono annunciate come novità quando se ne discute da decenni?
La sensazione diffusa è che la politica infrastrutturale ligure viva in una sorta di eterno futuro.
Si parla continuamente di ciò che accadrà.
Si annunciano investimenti.
Si presentano progetti.
Si firmano protocolli.
Si organizzano convegni.
Ma quando si osserva la situazione concreta della mobilità regionale, il cittadino continua a vedere una rete fragile, vulnerabile e incapace di garantire quella continuità di collegamenti che dovrebbe essere normale per una delle principali regioni portuali d’Europa.
Il paradosso è evidente.
La Liguria ospita alcuni dei porti più importanti del Mediterraneo, movimenta milioni di tonnellate di merci e viene descritta come una piattaforma logistica strategica internazionale. Eppure chi la percorre ogni giorno sperimenta una condizione che spesso assomiglia più all’isolamento che alla centralità.
Per questo, più che nuove dichiarazioni d’intenti, servirebbero cronoprogrammi certi, cantieri che avanzano davvero e risultati verificabili.
Perché i liguri non hanno bisogno di sentirsi raccontare che il futuro sarà migliore.
Vorrebbero semplicemente riuscire ad arrivarci senza restare bloccati in coda.






