Liguria, la costa più spremuta d’Italia: il mare sacrificato al cemento

C’è un dato che dovrebbe far sobbalzare chiunque abbia ancora un minimo di memoria del paesaggio ligure: la costa italiana è sfruttata mediamente, ma quella ligure lo è molto di più. Molto, molto di più.

Non è un’opinione, è nero su bianco nel rapporto ISPRA 2026 .

Tre volte oltre il limite

Secondo i dati ufficiali, entro i primi 300 metri dalla linea di costa il consumo di suolo è pari al 22,9%, contro una media nazionale del 7,17%.
Tradotto: la fascia costiera è sfruttata circa tre volte di più rispetto al resto del Paese .

E già questo basterebbe.

Ma il dato davvero impressionante arriva quando si guarda alla Liguria: qui si raggiunge il 48,2% di territorio artificializzato nei primi 300 metri dal mare .

Quasi metà della costa.

Non urbanizzata. Non sviluppata.
Artificializzata.

La fotografia reale: una costa consumata

Il rapporto ISPRA parla chiaro:

  • quasi un quarto della fascia costiera italiana è già compromesso
  • anche andando più all’interno (300-1000 metri), i valori restano molto alti
  • la Liguria è tra le regioni con i livelli più estremi di trasformazione

E mentre altre regioni crescono più velocemente negli ultimi anni, la Liguria ha un altro problema:
non è che cresce meno… è che è già quasi finita.

Non è sviluppo, è saturazione

Per anni ci hanno raccontato la solita storia:

  • turismo
  • porti
  • seconde case
  • riqualificazioni

Ma i numeri raccontano altro.

770 km di costa italiana sono ormai artificializzati tra porti, dighe, infrastrutture
 il 18% delle coste è protetto con opere rigide, segno di un equilibrio naturale già compromesso

E in Liguria questo processo è ancora più evidente: una regione stretta tra mare e monti dove ogni metro è diventato merce.

Savona: dentro il problema, non fuori

Savona e il suo comprensorio stanno esattamente dentro questa dinamica:

  • portualità invasiva
  • piattaforme e banchine
  • consumo progressivo delle spiagge
  • pressione urbanistica continua

Il punto è semplice: quando metà della costa è già compromessa, ogni nuovo intervento non è sviluppo — è accanimento.

La domanda che nessuno vuole fare

Il rapporto ISPRA non è ideologico. Non fa polemica.
Fa una cosa molto più scomoda: misura.

E allora la domanda diventa inevitabile:  quanto può ancora reggere la costa ligure?

Perché se i dati dicono che siamo già al limite, continuare a costruire, scavare, occupare non è progresso.

È una scelta.

E come tutte le scelte, ha un prezzo.

La Liguria non è solo “la regione più sfruttata” è il laboratorio di un modello che ha già superato il punto di equilibrio.

E Savona, nel suo piccolo, ne è uno degli esempi più evidenti.

Il problema non è più fermare il futuro.
Il problema è capire se un futuro, così, esiste ancora.

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