Inceneritori, il miracolo delle ceneri: da rifiuto a cemento. Ma gli inquinanti dove finiscono?

Le scorie degli inceneritori possono essere recuperate nell’industria del cemento. Ma recuperare non significa necessariamente eliminare le sostanze inquinanti. E se quel cemento finisce nelle nostre case, quali garanzie abbiamo sulla sua sicurezza nel tempo?

C’è un piccolo miracolo della moderna tecnologia ambientale che meriterebbe di essere raccontato meglio.

Prendiamo un inceneritore. Ci mettiamo dentro tonnellate di rifiuti, li bruciamo ad altissime temperature, produciamo energia e alla fine rimangono le ceneri.

E qui comincia la magia: quello che prima era un rifiuto può diventare una materia prima per l’industria del cemento.

Tutto perfettamente circolare. Almeno sulla carta.

Ma c’è una domanda che sembra sfuggire all’entusiasmo dei sostenitori del recupero: le sostanze inquinanti eventualmente presenti nelle ceneri che fine fanno?

Perché un metallo pesante non scompare semplicemente cambiando destinazione al materiale che lo contiene.

Non tutte le ceneri sono uguali

Cominciamo da una distinzione fondamentale, troppo spesso trascurata nel dibattito pubblico.

Gli inceneritori producono principalmente due tipologie di residui: le scorie pesanti, che si raccolgono sul fondo del forno, e le ceneri leggere, intercettate dai sistemi di trattamento dei fumi.

Le prime possono essere sottoposte a trattamenti e, rispettando determinate condizioni, recuperate in alcuni impieghi industriali.

Le seconde sono generalmente più problematiche, perché possono concentrare metalli pesanti, sali e altri contaminanti. Spesso sono classificate come rifiuti pericolosi e richiedono trattamenti specifici.

Dunque, quando qualcuno racconta che le ceneri degli inceneritori possono essere utilizzate per produrre cemento, dovrebbe innanzitutto chiarire di quali ceneri stia parlando.

Un dettaglio tutt’altro che secondario.

Il cemento non è una lavatrice

Esistono tecnologie capaci di trattare determinati residui e ridurre il rilascio delle sostanze contaminanti. In alcuni casi, i processi di stabilizzazione permettono di immobilizzare parte dei metalli presenti.

Ma attenzione: immobilizzare non significa eliminare.

Un contaminante può rimanere nel materiale anche quando il suo rilascio viene ridotto entro i limiti previsti.

Questo non significa che il cemento prodotto utilizzando materiali recuperati sia necessariamente pericoloso. Significa però che la sicurezza deve essere dimostrata attraverso analisi, processi autorizzati e verifiche adeguate.

Il cemento non è una lavatrice nella quale si introducono rifiuti contaminati e dalla quale escono automaticamente materiali innocui.

Eppure, ascoltando certi discorsi sull’economia circolare, qualche volta si ha proprio questa impressione.

E se quel cemento finisce nelle nostre case?

È forse la domanda più importante, e anche quella che riguarda più direttamente i cittadini.

Se le ceneri contengono sostanze inquinanti e vengono utilizzate nella produzione del cemento, che cosa accade quando quel cemento viene impiegato per costruire abitazioni, scuole, ospedali e altri edifici?

I metalli pesanti eventualmente presenti non vengono necessariamente eliminati. Alcuni possono rimanere inglobati nel materiale.

Naturalmente, questo non significa che una casa costruita con cemento contenente materiali recuperati sia automaticamente pericolosa. I contaminanti possono essere immobilizzati nella struttura del materiale e il loro rilascio può risultare molto limitato.

Ma quanto dura questa immobilizzazione?

Il cemento e il calcestruzzo, con il passare degli anni, possono subire trasformazioni dovute all’umidità, alla carbonatazione, all’azione degli agenti atmosferici e al deterioramento.

E poi c’è un altro problema, forse ancora più sottovalutato.

Che cosa succederà quando, tra cinquanta o cento anni, quegli edifici verranno demoliti?

Il calcestruzzo sarà frantumato, produrrà polveri e potrà essere nuovamente destinato al recupero.

Le sostanze eventualmente presenti saranno ancora immobilizzate oppure potranno essere rilasciate nell’ambiente?

Non è detto che ciò accada, ma è un rischio potenziale che deve essere valutato con prove appropriate, considerando anche l’intero ciclo di vita dei materiali.

Stiamo davvero eliminando un problema ambientale oppure, in alcuni casi, rischiamo semplicemente di trasferirlo alle generazioni future?

L’economia circolare non dovrebbe limitarsi a riciclare i materiali. Dovrebbe garantire che, insieme ai materiali, non vengano riciclati anche i problemi ambientali.

Le analisi: chi controlla il controllore?

Prima di destinare determinati residui al recupero occorre verificarne le caratteristiche e il rispetto dei requisiti applicabili.

Si possono ricercare metalli pesanti, sostanze organiche pericolose e altri contaminanti. Attraverso specifici test si può valutare anche la possibilità che alcune sostanze vengano rilasciate a contatto con l’acqua.

Ma qui nasce una questione che dovrebbe interessare soprattutto le amministrazioni pubbliche.

Chi effettua queste analisi?

In molti casi le verifiche vengono commissionate dalle stesse aziende che producono o gestiscono i rifiuti, nell’ambito degli autocontrolli previsti.

È una procedura legittima e regolamentata.

Tuttavia, quando emergono anomalie, contestazioni o irregolarità nella gestione, sarebbe ragionevole affiancare agli autocontrolli anche verifiche indipendenti da parte degli organismi pubblici competenti.

Non perché ogni azienda debba essere considerata sospetta, ma perché la tutela ambientale deve basarsi su risultati verificabili.

La fiducia è importante. Le controanalisi, quando necessarie, lo sono ancora di più.

Dalla Val Bormida una domanda alla Regione

La questione assume un significato particolare per la Val Bormida, territorio indicato tra le possibili sedi del futuro termovalorizzatore ligure.

Finora il dibattito si è concentrato soprattutto sulla localizzazione dell’impianto, sulle emissioni, sui camion e sulle ricadute ambientali.

Ma esiste un’altra questione che meriterebbe maggiore attenzione: quella dei residui della combustione.

Un inceneritore non fa sparire completamente i rifiuti. Ne riduce il volume e la massa, producendo energia, emissioni e materiali residui che devono essere gestiti.

Una parte delle scorie può essere recuperata. Un’altra parte dei residui può richiedere trattamenti costosi e smaltimenti in impianti autorizzati.

E allora sarebbe interessante conoscere, prima ancora di scegliere il territorio destinato a ospitare l’impianto, quali quantitativi di ceneri si prevedano, dove saranno conferiti, quali trattamenti subiranno e quali costi siano stati inseriti nel piano economico.

Soprattutto, chi pagherà se una parte dei residui non potrà essere recuperata?

Il precedente di Bragno

In Val Bormida il tema delle ceneri non è affatto teorico.

La vicenda dei materiali stoccati a Bragno, sulla quale sono emerse contestazioni relative alle quantità depositate e interrogativi sui controlli, dimostra quanto sia importante conoscere esattamente la natura dei residui e le modalità della loro gestione.

Naturalmente, le ceneri di Bragno non devono essere automaticamente confuse con quelle di un futuro inceneritore di rifiuti urbani: provenienza, composizione e caratteristiche possono essere differenti.

Ma il principio resta identico.

Prima si accerta che cosa contiene un materiale. Poi si stabilisce se, come e dove possa essere recuperato. Non il contrario.

Ed è legittimo chiedere se, nei casi più controversi, le analisi effettuate dagli operatori siano state accompagnate da verifiche indipendenti.

L’economia circolare non può diventare un atto di fede

Recuperare materiali che altrimenti finirebbero in discarica è un obiettivo condivisibile. Ridurre il consumo di materie prime naturali è altrettanto importante.

Ma il recupero deve rappresentare un vantaggio ambientale dimostrabile, non semplicemente un modo per cambiare nome a un rifiuto.

La differenza tra una sostanza pericolosa, un rifiuto non pericoloso e un materiale effettivamente idoneo a un determinato utilizzo industriale è sostanziale.

E dovrebbe essere spiegata ai cittadini senza slogan.

Perché il problema non è essere favorevoli o contrari al cemento, agli inceneritori o all’economia circolare.

Il problema è sapere che cosa stiamo mettendo nell’ambiente, quali controlli vengono effettuati e quali responsabilità vengono assunte.

Le ceneri possono diventare una risorsa. Ma non diventano innocue per decreto, per autorizzazione o per entusiasmo politico.

E prima di promettere che con un termovalorizzatore si risolverà il problema dei rifiuti, forse sarebbe opportuno spiegare anche quello che succede dopo che i rifiuti sono stati bruciati.

E magari anche quello che potrebbe succedere molti decenni dopo, quando il cemento prodotto con materiali recuperati sarà diventato un cumulo di macerie.

Perché il fuoco può trasformare i materiali. Non può cancellare, per magia, tutti gli elementi chimici che contengono.

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