
Prima le commemorazioni, poi i convegni, poi gli applausi. Ogni anno, puntuale, il ricordo di Paolo Borsellino e delle vittime della mafia riempie le sale istituzionali. Oggi Nella tavola rotonda:” Mafie in Liguria tra memoria, prevenzione e contrasto: il lavoro delle istituzioni” Si è parlato di legalità, di trasparenza, di memoria. Tutte parole sacrosante. Ma poi, finito il convegno, la realtà torna a bussare alla porta.
E la realtà dice che la Liguria non è più un territorio da difendere dalle infiltrazioni mafiose. Lo hanno ammesso gli stessi rappresentanti delle istituzioni: non siamo una periferia del fenomeno, siamo un fronte avanzato. Un’ammissione che dovrebbe far tremare i palazzi della politica e invece rischia di diventare soltanto l’ennesima frase da inserire in un comunicato stampa.
La mafia non arriva più con la lupara. Arriva con la valigetta, con la società di comodo, con gli appalti, con gli investimenti, con il riciclaggio di denaro. E, quando serve, trova anche interlocutori disposti ad ascoltare. Perché la criminalità organizzata non conquista un territorio da sola: ha bisogno di complicità, di silenzi, di convenienze.
È questo il punto più amaro.
Si continua a dire che bisogna rafforzare i controlli sugli appalti, aumentare la trasparenza, vigilare sul PNRR, sulle grandi opere, sui porti. Tutto giusto. Ma viene spontanea una domanda: se oggi si dice che la Liguria è un fronte avanzato, significa forse che finora quei controlli non sono stati sufficienti?
I numeri fanno impressione. Porti liguri ai primi posti per i sequestri di cocaina. Centinaia di beni confiscati. Tre tonnellate di droga sequestrate in appena sei mesi. Eppure sappiamo bene che ogni sequestro rappresenta soltanto una parte del traffico che riesce davvero ad arrivare a destinazione.
La mafia, nel frattempo, cambia pelle. Non cerca più soltanto il controllo del territorio. Cerca consenso, relazioni, affari. Si siede nei consigli di amministrazione più che nelle campagne. Frequenta gli studi professionali più che i covi. E quando il denaro entra nell’economia legale diventa sempre più difficile distinguere dove finisca l’impresa onesta e dove inizi quella controllata dalla criminalità.
Ed è qui che il discorso diventa ancora più scomodo.
Perché nessuno può fingere che il problema riguardi soltanto magistratura e forze dell’ordine. Esiste anche una responsabilità della politica. Non necessariamente fatta di collusioni accertate, ma di superficialità, di controlli deboli, di nomine discutibili, di rapporti opachi, di quella pericolosa convinzione secondo cui “tanto da noi certe cose non succedono”.
In realtà succedono eccome.
Borsellino diceva che la mafia teme più la scuola della giustizia. Oggi forse bisognerebbe aggiungere che teme anche una politica davvero libera dagli interessi e dai condizionamenti. Una politica capace di dire dei no, di rinunciare a qualche voto, di perdere qualche amicizia pur di difendere la legalità.
Purtroppo, guardando quello che accade in Italia, è difficile essere ottimisti.
La mafia ha dimostrato nei decenni una capacità straordinaria di adattarsi. Cambiano i governi, cambiano le leggi, cambiano i partiti, ma lei resta. Si infiltra dove ci sono soldi pubblici, dove ci sono grandi opere, dove c’è movimento di merci, dove c’è possibilità di fare affari.
Per questo le celebrazioni sono importanti, ma da sole non bastano. La memoria senza il coraggio delle scelte quotidiane rischia di trasformarsi in un rito. Bello, commovente, ma sterile.
La speranza è che le parole ascoltate in questi giorni non restino soltanto negli atti di una tavola rotonda. La rassegnazione, invece, nasce da una constatazione semplice: la mafia continua a evolversi molto più velocemente di chi dovrebbe combatterla. E quando perfino le istituzioni ammettono che siamo ormai un “fronte avanzato”, significa che la partita è già molto più avanti di quanto molti cittadini immaginino.






