
L’intervista rilasciata dall’assessora all’Ambiente del Comune di Genova, Silvia Pericu, apre finalmente uno spiraglio che molti aspettavano da tempo. Il Comune ha annunciato l’intenzione di potenziare la raccolta porta a porta dell’organico negli esercizi commerciali, intensificare i controlli sui conferimenti e introdurre l’obbligo dei sacchi trasparenti per scoraggiare gli errori nella raccolta. L’obiettivo dichiarato è semplice: aumentare la raccolta differenziata, ridurre l’indifferenziato e abbassare i costi di gestione.
È una scelta che va nella direzione giusta. Ma inevitabilmente pone una domanda politica.
Se Genova riconosce oggi che la raccolta differenziata è ancora insufficiente e decide di investire seriamente per migliorarla, non significa forse che la vera priorità è ridurre i rifiuti da smaltire, anziché costruire un nuovo impianto di incenerimento?
L’assessora Pericu ammette che la raccolta dell’organico è ancora molto bassa e fissa come obiettivo il passaggio dall’attuale 9% ad almeno il 25%, estendendo progressivamente il porta a porta ai negozi. Riconosce inoltre che i genovesi devono cambiare abitudini e assumersi maggiori responsabilità nella differenziata.
La speranza è che questo sia solo il primo passo. Perché se il porta a porta funziona per le attività commerciali, sarebbe logico estenderlo progressivamente anche alle utenze domestiche. È certamente una sfida più complessa in una città come Genova, caratterizzata da un tessuto urbano difficile e da abitudini consolidate, ma è proprio lì che si gioca la partita più importante.
Più cresce la raccolta differenziata, meno rifiuti restano da bruciare. È una relazione tanto semplice quanto inevitabile.
Per questo motivo, l’annuncio dell’assessora Pericu rischia di entrare in contraddizione con il dibattito regionale sull’impianto di fine ciclo. Se davvero Genova riuscirà ad aumentare significativamente la differenziata e a ridurre l’indifferenziato, sarà legittimo chiedersi se un nuovo inceneritore mantenga le stesse motivazioni che oggi vengono portate a sostegno del progetto.
Non a caso, nella stessa intervista l’assessora ricorda che il consiglio di amministrazione di Amiu dovrà seguire la gara regionale per l’impianto di fine ciclo, sottolineando anche la responsabilità di Genova, che produce oltre la metà dei rifiuti della Liguria.
Ed è proprio qui che entra in gioco la credibilità della politica.
I partiti di centrosinistra che oggi dichiarano di essere contrari all’inceneritore hanno l’occasione di dimostrare che quella contrarietà non è soltanto una posizione di principio. Se amministrano la città che produce la quota maggiore dei rifiuti liguri, la prima risposta dovrebbe essere quella di ridurre drasticamente il rifiuto residuo attraverso una raccolta differenziata sempre più efficiente.
Se Genova farà davvero la sua parte, forse l’inceneritore potrà diventare sempre meno necessario. E, insieme ai rifiuti indifferenziati, potrebbe diminuire anche la distanza tra le dichiarazioni politiche e i fatti.






