Savona attraversa una fase complessa, fatta di strade sporche, di rifiuti che si accumulano agli angoli, di scuole e asili che avrebbero bisogno di investimenti concreti, non di promesse. La manutenzione ordinaria sembra diventata un lusso, mentre i cittadini si scontrano con difficoltà quotidiane: accessi ai servizi complicati, quartieri lasciati a sé stessi, famiglie che cercano risposte e trovano soltanto rimpalli burocratici e attese.
E tuttavia, quando si tratta di finanziare consulenze e progettualità “visionarie”, i fondi ricompaiono come per magia. La Giunta ha infatti affidato decine di migliaia di euro ai protagonisti della candidatura perduta di Savona Capitale Italiana della Cultura 2027: Paolo Verri, Roberta Milano e Francesco Zoppi. Dovranno trasformare il dossier che non ha portato alla vittoria in un piano operativo per la cultura e il turismo. Una ripartenza forzata che dà la sensazione di voler salvare una narrazione più che una città.
Il Sindaco Marco Russo, fedele alla sua cifra comunicativa, rivendica con orgoglio che la candidatura — pur non ottenendo il titolo — avrebbe diffuso il nome di Savona “ben oltre i confini liguri”, generando “apprezzamenti e relazioni” e creando un “patrimonio immateriale da non disperdere”. Belle parole, certo. Ma la Savona raccontata nei dossier e nelle conferenze stampa non assomiglia molto a quella che si incontra camminando per via Famagosta, per Villapiana o per le periferie che chiedono soltanto di essere viste.
È difficile parlare di sviluppo culturale quando le famiglie si trovano a fare i conti con asili chiusi ad ogni allerta gialla, scuole con problemi strutturali, trasporti a singhiozzo, servizi sociali che inseguono emergenze anziché progettarne la soluzione. È complicato invocare “immaginazione strategica” mentre i cittadini devono fare slalom tra i sacchi della spazzatura.
La cultura non è un abito da passerella. Non è un marchio da esibire.
La cultura vera nasce nella città reale, non nella città immaginata.
E allora la domanda resta sospesa: stiamo investendo per rendere Savona più vivibile, più accogliente, più comunitaria? Oppure stiamo finanziando l’ennesimo racconto su una Savona che esiste solo nelle brochure?
Perché una città si cambia con strumenti, risorse, cura quotidiana.
Con il rumore dei passi e non con quello dei microfoni.
E oggi, più che un’idea di futuro, Savona sembra avere soprattutto una grande capacità di raccontarsene uno.






