Fallimenti, ritardi e un progetto “monco”: si riparte ancora, ma il traguardo resta un’incognita
C’è un’opera pubblica che a Savona ha smesso da tempo di essere un’infrastruttura per diventare un genere letterario: la saga infinita. Si chiama Aurelia Bis e siamo arrivati al terzo capitolo.
Dopo il fallimento della Cmc di Ravenna nel 2018 e la recente uscita di scena della Ici di Roma per inadempienze, ora tocca alla Infratech di Napoli provare a chiudere una partita aperta da oltre vent’anni. Una storia iniziata negli anni ’90, con inaugurazione prevista nel 2013. Siamo nel 2026 e ancora parliamo di “ripartenza”.
Nel frattempo il cantiere è rimasto fermo, degradandosi. Gallerie con infiltrazioni, strutture da recuperare, un’opera all’85% secondo i dati ufficiali ma che, secondo chi ci lavora, forse non arriva nemmeno alla metà. E intanto il conto è salito a circa 273 milioni di euro.
Ma il problema non è solo il tempo. È anche il progetto.
L’Aurelia Bis nasce già “monca”. Lo svincolo di Rio Termine, cancellato per motivi ambientali, ha lasciato un’unica uscita a Miramare con effetti paradossali: invece di alleggerire il traffico, rischia di concentrarlo tutto su corso Ricci. Tradotto: una tangenziale che non devia davvero il traffico, ma lo redistribuisce male.
E qui emerge il grande paradosso ligure: tutti volevano l’opera, ma nessuno la voleva davvero vicino a casa propria. Risultato? Anni di mediazioni, compromessi e tagli che hanno prodotto una soluzione zoppa.
Oggi gli amministratori lo ammettono, più o meno apertamente. L’opera va finita, certo. Ma serviranno “migliorie”. Traduzione: altri interventi, altri costi, altro tempo.
Nel frattempo resta l’immagine più concreta: un cantiere abbandonato, simbolo perfetto di una politica delle infrastrutture che annuncia, rinvia, ricomincia. Sempre.
La vera domanda non è più quando finirà l’Aurelia Bis.
Ma se, una volta finita, servirà davvero a qualcosa.






