Nessuna illusione.

La belva al potere, seduta in cima al suo trono, non è un’anomalia, non è uno sbaglio, non è un’eccezione.


Non è venuta da sola a comandare: è lì perché una folla di belve la adora, la mantiene, la difende.
E se domani ordinerà di massacrare ancora, ancora e ancora, ci sarà sempre qualcuno felice di farlo, fiero di partecipare, pronto a colpire anche il più indifeso tra gli indifesi.
A volte ci illudiamo che sul trono ci sia un solo mostro e dimentichiamo il fiume di violenti, suoi simili, che lo sostiene, convinti che solo i più forti, i più feroci, abbiano diritto di stare al mondo.
E anche se nel branco c’è chi non è un mostro, chi vorrebbe restare pulito, restare umano, le regole del branco non gli lasciano scelta: lo costringono a fare del male, a sporcarsi le mani, oppure a portare il peso di chi le mani se le lava, come Ponzio Pilato, o come il custode che non ha chiuso la gabbia, ha lasciato uscire il leone, e non riesce più a fermarlo.
Perché la democrazia, specchio dell’umanità, ha sempre dei mostri al suo interno, e basta un attimo per permettere alla belva di uscire e non farla più rientrare.
E quella responsabilità è sempre di qualcuno, ma mai di uno solo, e alla fine la colpa diventa di tutti: di chi uccide, sbrana e non vuol rientrare nella gabbia, e di chi non riesce a impedirlo.
E questo riguarda tutte le gabbie, i guardiani e le belve del mondo.
La belva non è quella che si vede in gabbia e che si applaude felici mentre salta fra i cerchi di fuoco, per gioco: la belva vera è quella ormai scappata.
Hic sunt leones.
Ruggero

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