Nuova lettera della vadese emigrata su marte.

Ahimè, già una volta ho dovuto lamentare la mancanza di riguardo per la mia Vado: l’occasione era quella delle scorie radioattive, ahiloro non destinate ad ahinoi.

Non è il solo affronto, altri gravi sgarbi ci vengono rivolti e qui li vorrei tostamente dannunziare.

Taranto, i cui ne-fasti già sono stati cantati dal poeta coreutico Caparezza (“vieni a ballare in Puglia”: genere danza macabra), oggi si merita anche i titoloni di tutti i giornali: “25 anni chiesti per Caio” “5 anni chiesti per Sempronio” per un presunto disastro ambientale.

Morti d’inquinamento, qualche politico di sinistra che iena ride al telefono e forse favorisce i padroni dell’azienda che doverosamente dà da morire a tanta gente: si direbbero le solite cose. Totale un 400 anni di galera da dividersi alla romana, il resto al cameriere.

Anche questa volta la nostra Vado resta indietro, ma non per colpa sua. Il Lo Presti, già direttore generale del ministero dell’ambiente, interrogato qualche giorno fa, tra un “non sa” e un “ma se ghe pensu”, prodigiosamente ricorda pressioni politiche per riaprire i gruppi sotto sequestro nella Centrale di Vado nel 2014.

Trucco, ordine dei medici, afferma che già anni prima, nonostante le evidenze, la politica rimaneva sorda agli allarmi lanciati sugli effetti sulla salute dei cittadini.

Ecco, vorrei un moto d’orgoglio. A Taranto sono già a 400 anni, e sembrano tanti, lo so.

Ma se la nostra classe digerente davvero volesse una Vado di cui essere fieri, pimby anche da un punto di vista circondariale, dovrebbe vuotare il sacco. Che sacco? Il loro personale o uno inventato come le palafitte o i livelli d’occupazione, non lo so, i tecnici sono loro: s’ingegnino. Volere è potere. Tirreno is Power.

E con quelle facce un po’ così, con quei turbogas ancora ai nastri di partenza, perché porci limiti?

“Vado, chiesto un millennio di carcere”, già pregusto i titoli. Forza ragazzi: fateci sognare.

Grazie.

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