Borgio Verezzi, commercianti e famiglie si organizzano per una tutela legale collettiva. Intanto partono i lavori per i filtri. Ma la vera domanda è un’altra: da quanto tempo esiste il problema e perché si è arrivati a questo punto?
A Borgio Verezzi l’emergenza dell’acqua contaminata sta assumendo contorni sempre più preoccupanti. Non soltanto per la presenza di PFAS, sostanze chimiche persistenti che possono rappresentare un rischio per la salute, ma anche per le conseguenze economiche, sociali e per la crescente sfiducia dei cittadini nei confronti di chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza dell’acqua distribuita nelle abitazioni.
La notizia riportata dalla Stampa è significativa: commercianti, residenti e associazioni hanno deciso di organizzarsi per una tutela legale collettiva.
Quando i cittadini arrivano a rivolgersi agli avvocati per una questione fondamentale come l’acqua potabile, significa che qualcosa nel rapporto di fiducia tra istituzioni e popolazione si è incrinato.
E non basta annunciare l’installazione di un impianto di filtraggio per cancellare tutte le domande rimaste senza risposta.
Il problema non è soltanto eliminare i PFAS, ma capire come siano arrivati nell’acqua
I PFAS non sono un inquinante qualsiasi. Sono sostanze chimiche utilizzate per decenni in numerosi processi industriali e prodotti di consumo, caratterizzate da un’elevata persistenza nell’ambiente.
Alcune di queste sostanze possono accumularsi nell’organismo e sono associate, a seconda del composto e dell’esposizione, a effetti negativi sulla salute.
Il problema è che la contaminazione da PFAS non nasce necessariamente nel momento in cui viene scoperta. Può essere presente da tempo, anche senza alterare sapore, odore o colore dell’acqua.
Ed è proprio questo il punto che meriterebbe un approfondimento pubblico.
Da quanto tempo l’acqua di Borgio Verezzi presenta concentrazioni problematiche? Quando sono state effettuate le prime analisi? Quali sostanze sono state individuate e in quali quantità? Esistono controlli precedenti che consentano di ricostruire l’evoluzione della contaminazione?
Senza una ricostruzione cronologica delle analisi, è difficile capire se ci troviamo davanti a un problema recente oppure a una situazione scoperta soltanto adesso.
I filtri arrivano. Ma la prevenzione dov’era?
Secondo quanto riferito dalla Stampa, nell’area Maria Luisa sono iniziati i lavori preparatori per realizzare l’impianto di filtraggio.
Una notizia positiva, naturalmente.
Ma è difficile considerare un successo amministrativo il fatto di dover installare urgentemente sistemi di trattamento dopo che l’acqua è diventata oggetto di restrizioni.
I filtri possono rappresentare una soluzione tecnica per ridurre la presenza dei contaminanti, purché siano adeguatamente progettati, controllati e mantenuti.
Ma filtrare l’acqua non significa aver individuato o eliminato la fonte dell’inquinamento.
Se non si comprende da dove provengano i PFAS, il rischio è quello di intervenire sugli effetti senza affrontare le cause.
E soprattutto bisogna chiedersi chi pagherà gli interventi, la manutenzione degli impianti e gli eventuali danni economici subiti dai cittadini.
I commercianti pagano due volte
C’è poi un aspetto che rischia di passare in secondo piano: quello economico.
Borgio Verezzi è una località turistica. Alberghi, ristoranti, bar, attività commerciali e strutture ricettive vivono anche della fiducia dei visitatori.
Una notizia come quella dell’acqua contaminata può produrre conseguenze ben oltre il disagio immediato.
Un ristorante deve poter garantire acqua sicura per preparare gli alimenti. Un albergo deve poter rassicurare i propri ospiti. Una famiglia non può essere costretta a organizzare indefinitamente la propria vita intorno alle bottiglie d’acqua e ai punti di distribuzione.
E chi risarcirà eventuali maggiori spese, perdite di fatturato o danni documentabili?
Non sorprende quindi che commercianti e famiglie abbiano deciso di valutare un’azione legale collettiva.
Naturalmente eventuali responsabilità e risarcimenti dovranno essere accertati nelle sedi competenti. Ma il fatto stesso che si sia arrivati a questa iniziativa dovrebbe indurre le istituzioni a qualche riflessione.
La politica interviene quando il problema è già esploso
Nell’articolo della Stampa interviene anche il parlamentare del Partito Democratico Brando Benifei, che sottolinea come la tutela della salute non possa essere affidata a risposte provvisorie dipendenti dalle capacità dei singoli Comuni.
Un’affermazione condivisibile.
Ma proprio per questo la questione dovrebbe essere affrontata su scala più ampia.
Non è ragionevole pensare che ogni Comune debba arrangiarsi quando emerge una contaminazione delle risorse idriche.
Servono controlli coordinati, analisi accessibili, investimenti e soprattutto una strategia preventiva.
La tutela della salute non dovrebbe dipendere dal codice postale di chi apre il rubinetto.
E qui entra in gioco anche la Regione Liguria, chiamata a garantire, attraverso gli organismi competenti, un sistema efficace di sorveglianza e di intervento.
La vicenda di Borgio Verezzi dovrebbe diventare l’occasione per chiarire quali controlli siano stati effettuati e quali verifiche siano previste sugli altri acquedotti del Ponente savonese.
Perché sarebbe un errore considerare il problema circoscritto a un solo territorio senza disporre di dati sufficienti per dimostrarlo.
E a Savona possiamo stare tranquilli?
Questa vicenda riguarda anche Savona.
Non perché sia dimostrato che l’acqua del capoluogo presenti la stessa contaminazione, ma perché quanto accaduto a pochi chilometri di distanza rende legittima una richiesta di maggiore trasparenza.
Quali analisi vengono effettuate sull’acqua distribuita a Savona? Con quale frequenza vengono ricercati i PFAS? I risultati sono facilmente consultabili dai cittadini? Vengono controllate tutte le sostanze previste dalla normativa?
Sono domande semplici, alle quali sarebbe opportuno rispondere pubblicando dati aggiornati e comprensibili.
Non basta dichiarare che l’acqua è controllata. Occorre permettere ai cittadini di conoscere i risultati dei controlli.
Anche l’iniziativa dell’associazione savonese Diritti, Cultura e Sviluppo, che ha manifestato l’intenzione di promuovere analisi indipendenti, dimostra quanto il tema stia suscitando attenzione.
La fiducia non si ottiene chiedendo ai cittadini di stare tranquilli. Si costruisce fornendo informazioni verificabili.
Il rischio è che alla fine paghino sempre gli stessi
L’aspetto più inquietante di questa vicenda è che, ancora una volta, il costo di un problema ambientale rischia di ricadere sulla collettività.
I cittadini pagano l’acqua, pagano le bottiglie quando non possono utilizzare quella del rubinetto, subiscono disagi e potrebbero dover sostenere anche i costi degli interventi attraverso le tariffe.
Nel frattempo, l’origine della contaminazione e le eventuali responsabilità restano da accertare.
E allora una domanda diventa inevitabile: se venisse individuato un soggetto responsabile dell’inquinamento, chi si attiverà per recuperare i costi sostenuti dalla collettività?
Il principio europeo secondo cui chi inquina paga non dovrebbe rimanere una bella frase da inserire nei documenti ufficiali.
Dovrebbe tradursi, quando ne ricorrono i presupposti, in responsabilità concrete.
La vera emergenza è non sapere
A Borgio Verezzi si installano i filtri, i cittadini si organizzano, le associazioni chiedono spiegazioni e la politica interviene.
Ma resta una sensazione difficile da ignorare: quella di un sistema che sembra capace di mobilitarsi soprattutto quando il problema è già diventato un’emergenza pubblica.
Eppure, nel caso dell’acqua potabile, prevenire dovrebbe essere molto più importante che rincorrere.
Per questo non servono soltanto rassicurazioni e comunicati stampa.
Serve rendere pubblica la cronologia dei controlli, spiegare quali contaminanti siano stati trovati, individuare le possibili fonti dell’inquinamento e chiarire chi sosterrà i costi degli interventi.
Perché l’acqua potabile non è un favore che le istituzioni concedono ai cittadini. È un servizio essenziale che deve essere sicuro e controllato.
E quando per ottenere risposte su ciò che esce dal rubinetto bisogna rivolgersi a un avvocato, forse il problema non è soltanto nell’acqua.
È anche nel modo in cui vengono amministrati il territorio, la prevenzione e l’informazione pubblica.






