Le cronache di questi giorni sulla contaminazione da PFAS nelle acque potabili di Borgio Verezzi, Pietra Ligure e Villanova d’Albenga vengono raccontate dalle istituzioni locali come un fenomeno inaspettato, un’improvvisa anomalia scientifica emersa dal nulla. I tavoli tecnici convocati d’urgenza, lo sconcerto dei sindaci e le ordinanze che vietano ai cittadini di bere o cucinare dipingono uno scenario di totale e imprevedibile emergenza.Come cittadino, ma soprattutto come figlio di Giovanni Genta, consigliere regionale che negli anni Novanta si batté con ogni forza contro i veleni nel Savonese, non posso assistere in silenzio a questa farsa. La verità storica e documentale della nostra terra racconta un’altra storia, e dimostra che questa contaminazione non è affatto una sorpresa.
Al contrario, rappresenta il conto ambientale, preciso e preannunciato, di decenni di sversamenti industriali, discariche collinari prive di impermeabilizzazione e traffici di rifiuti tossici che mio padre documentò e denunciò già trent’anni fa nelle sedi istituzionali, rimanendo colpevolmente inascoltato da chi avrebbe dovuto proteggerci.
Per comprendere l’origine dei “Forever Chemicals” nei pozzi del subalveo del torrente Maremola e nelle reti idriche locali, è necessario unire quei puntini storici che la politica odierna finge di aver dimenticato. Negli anni della quinta legislatura del Consiglio Regionale della Liguria, mio padre portò avanti battaglie durissime, denunciando il tombamento sistematico di fanghi e scarti chimici industriali provenienti dalle fabbriche del Nord Italia nelle nostre colline. Le sue inchieste e i suoi esposti accesero i riflettori su siti collinari dismessi e su impianti come l’ex Fumeco di Tovo San Giacomo, definiti persino dagli atti parlamentari come veri centri di traffico illecito di rifiuti.
Mio padre lo diceva chiaramente, mettendo nei verbali nero su bianco: i vecchi fusti si sarebbero corrosi e l’acqua piovana avrebbe progressivamente lavato e trasportato a valle quei veleni verso l’acquedotto costiero. I PFAS, molecole chimicamente indistruttibili usate massicciamente all’epoca come sgrassatori e impermeabilizzanti, hanno fatto esattamente questo, compiendo un viaggio sotterraneo durato trent’anni.
L’entrata in vigore dei nuovi e rigidi limiti di legge europei non ha quindi creato l’inquinamento, ma ha semplicemente costretto le autorità a vederlo; le istituzioni si trovano oggi a rincorrere con filtri a carboni attivi un disastro ampiamente previsto, mentre Arpal e ASL brancolano nel buio parlando di cause ignote nel sottosuolo o di ipotetici scarichi recenti.
Per questo motivo, chiedo formalmente che gli organi di stampa locali/nazionali non si limitino a registrare passivamente i bollettini dei divieti d’uso dell’acqua, ma avviino un vero giornalismo d’inchiesta; è necessario che vengano riaperti i faldoni d’archivio delle interrogazioni regionali di mio padre degli anni Novanta per mappare ufficialmente la sovrapposizione tra i vecchi siti di sversamento segnalati e gli attuali pozzi contaminati.
Ci vuole una trasparenza totale da parte di Arpal sulla pubblicazione dei livelli esatti di PFAS e delle sue varianti, come l’acido trifluoroacetico, rilevati in ogni singolo punto di campionamento; bisogna smettere di definire il PFAS un nemico invisibile e misterioso, perché ha un’origine industriale ben precisa legata alla gestione scellerata del passato.
La memoria storica del Ponente Ligure, difesa all’epoca da un rappresentante che ha speso la propria attività politica per proteggere la nostra terra, merita rispetto, e la salute pubblica dei cittadini di oggi non può essere trattata come una tragica ed inevitabile fatalità.
Cordiali saluti,






