La sentenza di primo grado sul crollo del Ponte Morandi ha individuato responsabilità penali precise. La magistratura ha fatto il suo lavoro, accertando le colpe di chi, ai vari livelli, aveva il dovere di garantire la sicurezza di un’infrastruttura da cui dipendeva la vita di migliaia di persone ogni giorno.
Ma c’è una domanda che continua a rimanere sospesa.
Chi ha tratto i benefici economici di anni di risparmi sulla manutenzione e sui controlli? E soprattutto: chi ha deciso, sul piano politico, di affidare ai privati un patrimonio strategico come la rete autostradale e di vigilare – o non vigilare – sul rispetto degli obblighi previsti dalle concessioni?
Le responsabilità penali seguono un percorso diverso da quelle politiche. Le prime vengono giudicate nei tribunali, le seconde dovrebbero essere valutate dagli elettori e dal Parlamento. Eppure, su questo secondo fronte, il silenzio sembra essere diventato la regola.
Per anni il sistema delle concessioni autostradali è stato difeso da governi di diverso colore politico. Le privatizzazioni sono state presentate come una scelta moderna ed efficiente. Dopo la tragedia del 14 agosto 2018 tutti hanno espresso indignazione, tutti hanno promesso cambiamenti radicali. Poi, lentamente, il dibattito si è spento.
Nel frattempo, il tema delle responsabilità politiche è scivolato ai margini del confronto pubblico. Chi firmò quelle scelte? Chi aveva il compito di controllare? Chi avrebbe dovuto intervenire prima che il ponte crollasse? Sono interrogativi che raramente trovano spazio nel dibattito nazionale.
Fa riflettere anche un’altra circostanza. Nel dibattito politico italiano non mancano proposte molto incisive quando si parla di proprietà privata, patrimoni immobiliari o redistribuzione della ricchezza. Eppure, quando il tema riguarda le grandi concessioni, i rapporti tra Stato e grandi gruppi economici, le voci critiche sembrano improvvisamente affievolirsi. Su questi argomenti, le contrapposizioni ideologiche spesso lasciano il posto a un sorprendente consenso trasversale.
Così, a ogni campagna elettorale, ricomincia il rito delle promesse. Si garantisce che tutto cambierà, che gli errori del passato non si ripeteranno. E chi ricorda decisioni, responsabilità e omissioni viene facilmente liquidato come un nostalgico o come qualcuno privo del necessario “spessore politico”.
Eppure la memoria dovrebbe essere il primo strumento della democrazia. Ricordare significa confrontare ciò che è stato promesso con ciò che è stato realmente fatto. Significa chiedere conto non solo delle tragedie, ma anche delle scelte che le hanno rese possibili.
Forse il problema è proprio questo: la politica sa che la memoria collettiva è spesso corta. Passano gli anni, cambiano i governi, cambiano gli slogan, ma molti protagonisti restano gli stessi o vengono sostituiti da altri che promettono identiche rivoluzioni.
Alla fine torna inevitabilmente alla mente una delle scene più celebri del cinema italiano: quella di Fantozzi davanti allo psicologo. Tutto viene spiegato, razionalizzato, giustificato, fino a convincere il paziente che il problema sia lui e non il sistema che lo circonda.
E così il rischio è che, anche davanti a una tragedia costata 43 vite umane, il tempo finisca per cancellare le domande più scomode. Le sentenze resteranno negli archivi, le responsabilità politiche continueranno a dissolversi nella nebbia della memoria e il “popolo bue”, come qualcuno amaramente lo definisce, tornerà a credere all’ennesima promessa di cambiamento.
Perché una democrazia non si misura soltanto dalla capacità di condannare i colpevoli, ma anche dal coraggio di interrogarsi sulle responsabilità di chi ha creato le condizioni affinché quei colpevoli potessero agire.






