Intervista con Paolo Borrometi, il giornalista che la mafia voleva morto (da La repubblica)

«Ogni tanto un murticeddu vedi che serve. Per dare una calmata a tutti». Nelle intercettazioni l’ordine è chiaro: Cosa Nostra vuole uccidere il giornalista che indaga sui suoi affari. Si chiama Paolo Borrometi ed è nato nel 1983 a Ragusa. Lavora per TV2000, è direttore del sito LaSpia.it e presidente di Articolo 21: dal 2014 vive a Roma con cinque uomini di scorta. Oggi alle 18 presenta il suo libro “Un morto ogni tanto” nella libreria Coop del Porto Antico (calata Cattaneo 1), invitato dall’Associazione ligure dei giornalisti, l’Ordine dei giornalisti della Liguria, Libera Genova, Cgil Genova, Spi Cgil Genova. Borrometi racconterà la sua storia e le inchieste su una mafia sottovalutata, quella della Sicilia sudorientale. Con una precisazione: «Non chiamatemi giornalista antimafia».

Come mai non vuole questa etichetta?

Il termine antimafia è un orpello, non una definizione. Vale per  sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, e ovviamente i giornalisti. Non può esistere un giornalista anti qualcosa. Il giornalismo è pro informazione per i cittadini, perché se questi vengono informati possono sapere da che parte stare. Tutti i giornalisti devono essere antimafia, così come devono essere anticorruzione e antiterrorismo.

In Liguria le mafie non sono un tema all’ordine del giorno nell’opinione pubblica. Come mai?

E’ un fenomeno uguale in tutto il paese. Ammettere la presenza delle mafie per qualcuno significa gettare onta e discredito sul territorio in cui si vive. E invece parlare di mafia, diceva Paolo Borsellino, significa inizia a lottarla. In Liguria non ci sono infiltrazioni mafiose, c’è proprio il radicamento dei clan mafiosi.

Quali sono le spie della presenza delle mafie?

Basta prendere le ultime sentenze della magistratura, le indagini della scorsa commissione antimafia, la mappa della Dia. Serve impegno, conoscenza e comprensione di ogni cittadino. I casi di estorsioni, riciclaggio, danneggiamenti seguiti da incendi sono spie di un forte radicamento che in Liguria c’è dagli anni ’50, soprattutto della n’drangheta. La Liguria esercita un’attrazione per la ricchezza prodotta, soprattutto nel settore turistico, e poi per la conformazione geografica: è un crocevia tra la Versilia e la Costa Azzurra, le regioni del Nord Italia e del nord Europa.

Giornalisticamente, cosa bisognerebbe fare per raccontare al meglio questa situazione?

Il vero problema sono le armi di “distrazione di massa”. Quando diciamo che il problema dell’Italia sono i migranti, facciamo un pessimo servizio alla verità del nostro Paese. Raccontiamo un paese che non è reale, che non c’è. In Italia il problema sono le mafie, le corruzioni e la scarsa coscienza civile. In Italia gli episodi terroristici più efferati non li hanno fatti certo gli stranieri, ma le mafie.

Lei racconta da anni gli affari delle mafie nella sua regione, la Sicilia, e ne paga le conseguenze: cinque uomini di scorta. Come si vive?

Parliamoci chiaro: ho una menomazione in seguito a un’aggressione subita, quattro condanne a morte, 14 processi in cui sono parte offesa per minacce di morte aggravate da appartenenza o metodo mafioso. Si vive con la paura e la consapevolezza del rischio. Non posso andare al mare, allo stadio, a prendere una pizza senza pianificarlo in anticipo. Io ho scritto questo libro proprio per paura di non aver tempo di raccontare. Volevo che tutti sapessero.

di MASSIMILIANO SALVO da La Repubblica

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