Dopo settimane di tensioni, distinguo e qualche frizione nemmeno troppo velata, in Val Bormida sembra riaffiorare un elemento che da queste parti non è mai scontato: una posizione comune. Diciannove sindaci, sensibilità politiche diverse, territori con problemi differenti, ma una linea che — almeno sulla carta — torna ad essere unitaria: contrarietà alla realizzazione di un termovalorizzatore in valle.
Non è ancora un documento ufficiale, ma la direzione è chiara. E non è solo una questione di principio o di “nimby” territoriale. Dietro la presa di posizione si intravede una preoccupazione più profonda, che riguarda la storia ambientale della valle e il suo presente ancora irrisolto.
Una valle che non ha ancora chiuso i conti col passato
Il primo punto, quello più forte, riguarda le ferite mai del tutto rimarginate. Il riferimento, nemmeno troppo implicito, è all’area di Cengio e all’eredità industriale dell’ex ACNA. Una vicenda che continua a pesare come un macigno, non solo sul piano ambientale ma anche su quello simbolico: la sensazione diffusa è che la Val Bormida abbia già dato abbastanza.
A questo si aggiungono le criticità legate alla qualità dell’aria, con l’area di Cairo spesso al centro delle segnalazioni. Insomma, il quadro che emerge è quello di un territorio che chiede prima certezze sul risanamento e solo dopo, eventualmente, nuove scelte strategiche.
Diffidenza anche verso i proponenti
C’è poi un secondo livello di preoccupazione, più tecnico ma non meno rilevante: quello legato agli operatori che si sono fatti avanti nella manifestazione di interesse regionale.
Alcuni amministratori locali hanno espresso dubbi sulla solidità e sulle garanzie offerte dai soggetti interessati. Non tanto per una contrarietà ideologica all’impianto in sé, quanto per il timore che un’infrastruttura così complessa e delicata possa finire nelle mani sbagliate o essere gestita con logiche più economiche che ambientali.
Una diffidenza che, tradotta, suona più o meno così: se anche si dovesse fare, chi lo gestisce? E con quali controlli?
Il bando ARLIR sotto osservazione
A far discutere è anche l’impostazione dell’avviso pubblicato da ARLIR. Un documento tecnico, certo, ma con implicazioni politiche enormi.
Le perplessità non mancano. A partire dalle dimensioni dell’impianto, con una forbice molto ampia che va da circa 268 mila a oltre 350 mila tonnellate annue, con la possibilità di arrivare fino a 400 mila includendo rifiuti speciali. Numeri che, per molti amministratori, appaiono sproporzionati rispetto al contesto territoriale.
Ma il punto più contestato riguarda i criteri di valutazione: il peso maggiore viene attribuito alle tariffe di conferimento, mentre la sostenibilità ambientale — pur presente — sembra avere un ruolo secondario. Una scelta che alimenta il sospetto che la partita si giochi più sui costi che sulla tutela del territorio.
Unità ritrovata, ma quanto conta davvero?
La vera domanda, però, resta sullo sfondo: quanto pesa, concretamente, il “no” dei sindaci?
Perché nel passaggio dall’avviso preliminare alla futura gara vera e propria, un elemento non è passato inosservato: il riferimento al parere vincolante del Comune ospitante è scomparso. Un dettaglio tutt’altro che secondario, che rischia di trasformare la posizione dei territori in una voce consultiva più che decisiva.
Dalla Regione filtra l’idea che questo aspetto possa rientrare nelle fasi successive, ma al momento resta un’incognita. E non da poco.
Il rischio di una partita già scritta
E allora il documento dei 19 sindaci rischia di diventare qualcosa di più di una semplice presa di posizione: una sorta di tentativo estremo di riportare il baricentro decisionale sul territorio.
Perché la sensazione, sempre più diffusa, è che la partita si stia giocando altrove. Tra Genova e le logiche regionali, tra esigenze di chiudere il ciclo dei rifiuti e interessi industriali che vanno ben oltre i confini della valle.
La Val Bormida, ancora una volta, si trova davanti a un bivio: subire scelte calate dall’alto o riuscire davvero a incidere. L’unità dei sindaci è un segnale. Ma da sola potrebbe non bastare.
E a quel punto, la domanda diventa inevitabile: è una decisione ancora aperta… o siamo già ai titoli di coda?






