La forte spinta politica della Regione Liguria per completare e chiudere il ciclo dei rifiuti, sostenuta da autorevoli studi tecnici messi a disposizione per le manifestazioni di interesse a realizzare impianti di trattamento, spinge la curiosità di chi si occupa di territorio e ambiente da molti anni ad approfondire l’argomento, lasciando momentaneamente da parte il dibattito politico.
Con l’umiltà di chi ha sempre qualcosa da imparare seppur alla soglia della pensione, leggo con attenzione le 134 pagine del documento che dovrebbe individuare i siti idonei per la costruzione di un termovalorizzatore, vista la necessità di trattare alcune centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti prodotti sul territorio regionale che altrimenti non avrebbero altra destinazione se non la discarica. In sostanza, non essendo possibile pervenire al totale riciclo dei rifiuti, il quantitativo residuale potrebbe essere sottoposto a termovalorizzazione (WTE Waste to Energy) o, alternativamente, al recupero di prodotti chimici commerciali attraverso processi di gassificazione/pirolisi (WTC Waste to Chemical). Gli impianti proposti sono sostanzialmente diversi: mentre il primo utilizza energia pregiata (gas ed elettricità) per ottenere incenerimento e produzione di vapore dai rifiuti attraverso il quale generare elettricità e calore in cogenerazione, il secondo utilizza energia pregiata permettendo di trasformare il rifiuto residuo in idrogeno, metanolo, etanolo e biocombustibili.
Già l’esame dei dati relativi alla produzione dei rifiuti e alle percentuali di materiali da questi selezionati per la reimissione nell’economia circolare raggiunte nelle quattro province, permette di estrapolare alcune importanti considerazioni: secondo i dati riportati nello studio elaborato da RINA Consulting, la popolazione residente in Liguria al 2026 (1.508.847 abitanti) produce annualmente 804.495,525 tonnellate di rifiuti urbani. Di questo quantitativo lordo sono state avviate a riciclo 505.197 t pari al 62,80%. I dati dello studio RINA sono stati confrontati con quelli regionali del 2024.

Si può rilevare che già fra il 2024 e il 2026 vi è stato un sensibile decremento del residuo finale a testimoniare una maggior efficienza nella raccolta differenziata su base regionale. Se da una parte i capoluoghi stentano ad incrementare la differenziata (esclusa la città della Spezia che già nel 2024 differenziava oltre il 79% dei rifiuti) l’avvio del porta a porta a Savona è dell’estate 2025, a Genova è solo sperimentale in alcune zone, vi sono numerosi comuni che superano abbondantemente l’80% (ad esempio Riccò del Golfo 88,1%, tutti i comuni di cintura della Val Polcevera, Cairo Montenotte in Val Bormida). In prospettiva di un investimento di centinaia di migliaia di euro, vale la pena mantenere e incentivare un significativo incremento della componente differenziata del rifiuto per allinearsi agli obiettivi già fissati da anni.
Lo studio RINA esclude nei dati di partenza la componente di rifiuti sanitari (circa 20.000 t/anno) per arrivare a ritenere necessario un impianto di smaltimento della taglia di 300-320.000 t/anno.
Lo studio passa in rassegna le diverse tecnologie di punta disponibili sul mercato (le cosiddette BAT Best Available Technologies pubblicate nelle direttive europee) e analizza i diversi processi di trattamento dei rifiuti: dal sistema di combustione alla generazione di vapore per la cogenerazione di elettricità e calore, alla trasformazione in ceneri e descrive le componenti solide e gassose che si sviluppano nelle varie fasi di incenerimento. L’elenco dei gas che si sviluppano nell’incenerimento è purtroppo noto non solo agli addetti ai lavori, ma a una parte consistente della cittadinanza condannata a subirne gli effetti e le conseguenze sulla propria salute:
• Ossidi di Azoto;
• Biossido di zolfo;
• Monossido di carbonio;
• Composti organici volatili (VOC);
• Gas serra (CO2);
• Ammoniaca;
• Particolato (polveri sottili PM10 e PM2.5);
• Metalli pesanti.
Meno elegantemente, lo studio introduce una tabella con l’elenco dei gas prodotti negli inceneritori nei quali si rileva la presenza di PCDD, altrimenti meglio note come diossine, oltre a policlorodibenzofurani, acido cloridico, fluoridrico, PCB (ovvero policlorobifenili, componenti tossici dei pesticidi e delle vernici), benzopirene.
Ovviamente, tutto ciò risiede a monte dei previsti sistemi di abbattimento e depurazione dei fumi. La gamma di questi sistemi è assai complessa; si parte dai filtri a maniche e i precipitatori elettrostatici (ESP) per l’abbattimento delle polveri, al trattamento con ammoniaca e urea dell’ossido di azoto (sistema a riduzione selettiva non catalitica SNCR), all’iniezione di bicarbonato di sodio per il trattamento dei gas acidi, all’iniezione di carbone attivo per abbattere diossine, metalli pesanti e microinquinanti, al trattamento finale con il sistema SCR (riduzione catalitica selettiva) che riduce ulteriormente diossine, PCB, gli ossidi di azoto ed il rilascio dell’ammoniaca. In questa configurazione si ottiene un abbattimento degli ossidi di azoto fino al 95%.
Inoltre, nei piazzali esterni, ove è previsto lo stoccaggio dei rifiuti in ingresso e delle vasche di stoccaggio e trattamento, lo studio illustra soluzioni impiantistiche e di processo per la riduzione di emissione di odori in atmosfera.
Un termovalorizzatore di questa taglia necessita di una superficie fra impianti e piazzali di stoccaggio fino a 150.000 m2 , altrimenti diconsi 15 ettari.
Ovviamente si tratta di impianti ad alta complessità che necessitano di frequenti sostituzioni degli elementi filtranti e di elevate quantità di materiali reagenti (calce attiva, bicarbonato di sodio, carbone attivo, ammoniaca).
Lo studio passa in rassegna i principali impianti in funzione in Italia, in Europa e in Giappone, fra questi il termovalorizzatore di Brescia, non dotato dei sistemi SNCR e SCR, che risulta uno dei più grandi (720.000 t/anno contro le 440.000 t/anno del declamato termovalorizzatore di Copenhagen in Danimarca, quello con la pista da sci sul tetto che tanto piace ai politici). I dati ambientali di esercizio di questi impianti non sono entusiasmanti, in particolare negli effetti sulle aree circostanti. I costi elevati di gestione “obbligano” a importare grossi quantitativi di rifiuti indifferenziati con potere calorifico molto basso per aumentare la produzione elettrica che comunque è fallimentare. Si pensi che lo studio RINA dichiara una producibilità elettrica massima di 0,15 kWh per tonnellata di rifiuto bruciata; se ciò è vero significa che un impianto di 320.000 t (con potenza installata pari a 35MW) produrrebbe 48 MWh all’anno, molto meno di una “antiestetica” torre eolica. Se poi non vi è la richiesta di teleriscaldamento nelle vicinanze (abitazioni e/o industrie), l’impianto dovrà forzatamente raffreddare l’acqua di scarico per poter garantire il funzionamento della componente di produzione dell’elettricità. Discutibile, se non ridicola, la proposta di utilizzare l’energia prodotta per alimentare l’elettrificazione delle banchine portuali, quando una sola nave da crociera ha bisogno fino a 10MW di potenza durante la durata dello scalo con i motori spenti. Il costo dell’energia sarebbe comunque più caro per gli armatori rispetto alla generazione mediante combustibile.
Un aspetto non secondario e, in una certa misura contraddittorio, riguarda la produzione di ceneri.
Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma, nel processo in esame si tratta di gas e ceneri; le 320.000 tonnellate in ingresso si riducono in ceneri. Sono inerti? No! La composizione dichiarata delle ceneri è così suddivisa:
• ceneri pesanti derivanti dal processo di combustione: 64.000-80.000 t/anno;
• polveri leggere derivanti dalla depurazione dei fumi: 6.400-16.000 t/anno.Il quantitativo prodotto raggiunge il 30% in peso del rifiuto in ingresso e risulta superiore alla somma dei rifiuti residui attuale prodotti nelle province di Savona e Imperia.
Anche queste sostanze necessitano trattamenti secondari in quanto:
• sono caratterizzate da un pH estremamente basico (>10) con effetti irritanti financo corrosivi;
• hanno elevate concentrazioni di metalli pesanti quali piombo, manganese e rame assegnate alla classe di pericolosità 12 (ecotossici).
Vale la pena osservare che mentre il rifiuto residuo è assimilabile all’urbano, le ceneri di combustione, sono pericolose in quanto tossiche e nocive. Pertanto, se non preventivamente anch’esse trattate, non potrebbero essere smaltite nelle discariche per rifiuti non pericolosi che sono le uniche presenti sul territorio ligure. Il dubbio è quindi legato al fatto che per ridurre i rifiuti e chiudere il ciclo, alla fine si abbia la necessità di smaltire 96.000 t/anno fuori regione.
Risulta del tutto evidente che il paventato azzeramento dei rifiuti in discarica, seppur inferiore ai quantitativi annuali odierni (pari a 260.000 t/anno di rifiuto residuale non pericoloso), potrebbe comportare conferimenti ad impianti per rifiuti pericolosi con un conseguente maggiore costo di smaltimento.
Per quanto concerne il necessario consumo d’acqua per il funzionamento dei vari impianti che compongono il termovalorizzatore, lo studio non fornisce dati sui consumi né sulle temperature di scarico nell’ambiente delle acque provenienti dalla depurazione, né sulla composizione finale. Di certo si tratterà di una derivazione di portata superiore a 1 m3/s.
Nonostante questi dati che emergono dal rapporto di RINA Consulting gli amministratori regionali ritengono necessario costruire un impianto, il cui costo dichiarato risulta pari a 380 milioni di euro, al quale è associato un costo variabile da 4 a 7 milioni/anno per la manutenzione oltre a 17 milioni/anno di gestione.
Del tutto ovvio che l’investimento sarà a carico dei privati (le cosiddette multiutility IREN, HERA, A2A, ecc.), ma gli ammortamenti e i costi di gestione dell’intera filiera si trasferiranno sulla TARI che la collettività dovrà comunque pagare, senza considerare che i costi di infrastrutturazione (vedi il teleriscaldamento, la viabilità e la relativa manutenzione) saranno a carico del pubblico.
Nessun accenno poi all’impatto economico e soprattutto ambientale di dover trasportare all’impianto, oltre al materiale di consumo, 320.000 t di rifiuto (che equivalgono almeno a 11.429 bilici standard da 28 t di portata utile) che si muovono per tutta la regione fino all’impianto.
Si dovrà poi valutare se arriveranno all’impianto solo rifiuti regionali, vista la necessità di averne il maggior quantitativo possibile, meglio se non differenziato o non soggetto a trattamento meccanico biologico TMB. Infatti, i codici CER dei rifiuti che si potrebbero trattare in impianto coprono l’intera gamma, dal tal quale, ai fanghi, ai sanitari pericolosi o non pericolosi.
Al riguardo, il rapporto del RINA mette in evidenza che gli impianti di trattamento meccanico biologico (TMB) realizzati o in via di realizzazione/revamping a Colli (IM), Boscaccio (SV), Scarpino e Rio Marsiglia (GE) e Saliceti (SP) potrebbero essere abbandonati in quanto non più necessari con l’entrata in funzione del termovalorizzatore, con buona pace degli sforzi dei comuni e soprattutto degli utenti nel metabolizzare
l’importanza dell’impronta ecologica, della differenziazione domestica e dell’economia circolare nonché i crescenti costi della TARI.
La filosofia gestionale di un impianto che nascerebbe per soddisfare le necessità della Liguria, ma nello specifico della città di Genova, evolverebbe, per logiche puramente speculative, a trattare rifiuti prodotti in altre regioni, magari distanti svariate centinaia di km (vedi i casi di Napoli, Palermo o i rifiuti di Roma capitale).
Infine, alcune considerazioni sui criteri di scelta d’impianto e di localizzazione considerati nello studio.
La seconda tipologia di trattamento dei rifiuti, costituita del recupero di prodotti chimici commerciali (WTC Waste to Chemical), è certamente più innovativa ma in Europa esiste un solo impianto a Tarragona in Catalogna, peraltro in via di ultimazione. Lo studio pertanto conclude che pur trattandosi di una tecnologia coninteressanti prospettive future ad oggi è certamente più affidabile la termovalorizzazione (WTE Waste to. Energy).
Più discutibile appare il criterio per la localizzazione dell’impianto per quanto concerne l’assegnazione dei punteggi. Senza nulla obiettare sugli aspetti presi in considerazione che costituiscono le ben note matrici di incrocio delle diverse componenti territoriali e ambientali, non risulta chiara la motivazione per la quale l’area valbormidese, in particolare quella in Comune di Cairo Montenotte, abbia un punto in più rispetto alle altre, pur essendo una zona ove sono attivi degli impianti quali il parco delle Funivie Alto Tirreno e la Italiana Coke ove saranno necessari, ad avvenuta dismissione degli stessi, importanti interventi di bonifica ambientale e idrogeologica. Le stesse aree ricadono all’interno di un distretto ove è previsto un Piano d’Azione di Monitoraggio Aria in previsione di un risanamento per la ben nota presenza di benzopirene legata alla filiera del carbone. Essendo entrambi criteri penalizzanti per i quali non sarebbe compatibile allo stato attuale la realizzazione dell’impianto, non si capisce il motivo per il quale la macroarea in esame non abbia nella matrice finale punti di debolezza o limitazioni.
Il risultato finale è quindi marcatamente forzato sulla macroarea cairese a prescindere dai fattori territoriali presi in considerazione.
Alla conclusione di questo sintetico esame del rapporto RINA si rilevano molti punti di incoerenza fra gli obiettivi e l’effettiva ricaduta sul territorio di un impianto di queste caratteristiche. È opportuno che i fattori di criticità siano ben chiari al maggior numero di persone che possono effettivamente incidere sulle decisioni politiche.
Ad oggi appaiono più chiari gli interessi economici che spingono i politici a seguire un determinato percorso.
Tuttavia, gli interessi economici non coincidono con i reali bisogni della collettività dopo anni di raccolta differenziata che se spinta a valori superiori all’80% renderebbe non necessario un impianto del genere.
Sarebbe certamente più intelligente estendere a Genova la differenziata porta a porta, razionalizzare le discariche e gli impianti esistenti per ridurre il residuo finale. Se il promettente recupero dai rifiuti di sostanze chimiche (WTC) darà i risultati attesi, si potrà determinare la dimensione d’impianto effettivamente necessaria oppure un impianto interregionale. Questa soluzione potrebbe abbinarsi ad un recupero selettivo di materiali dalle vecchie discariche che abbiamo disseminato negli anni sulle colline (landfill mining).






