L’acqua è preziosa, ma a Savona la si continua a buttare in mare

Mentre si parla di crisi idrica e di acqua potabile utilizzata persino per innaffiare i giardini, a Savona una vecchia storia torna improvvisamente d’attualità: quella del recupero delle acque depurate. Un progetto che avrebbe avuto bisogno anche di spazi, vasche e investimenti. Ma sul terreno necessario ha prevalso il centro di raccolta dei rifiuti. E così oltre 10 milioni di metri cubi di acqua depurata ogni anno continuano ad avere come destinazione finale il mare.

L’intervento pubblicato da Repubblica sulla crisi idrica ligure ha almeno un merito: ricordarci quanto sia assurdo continuare a utilizzare acqua potabile per usi che di acqua potabile non avrebbero alcun bisogno.

Irrigare giardini e parchi, lavare strade, alimentare alcuni utilizzi industriali: attività per le quali, quando tecnicamente possibile e nel rispetto delle norme sanitarie, potrebbe essere impiegata acqua depurata e opportunamente trattata.

A Savona, però, questa non è neppure un’idea nata ieri.

Il tema del recupero delle acque in uscita dal depuratore viene discusso da anni. E i numeri fanno impressione: uno studio del Consorzio indicava in oltre 10 milioni di metri cubi all’anno il volume dei reflui depurati. Non dieci milioni di litri: dieci milioni di metri cubi, cioè oltre dieci miliardi di litri. Una quantità paragonata dallo stesso Consorzio alla dimensione del lago di Osiglia e al livello di guardia del Brugneto.

Acqua che oggi, una volta depurata, viene restituita al mare.

Ed è qui che la discussione nazionale e regionale sullo spreco dell’acqua incontra una vicenda tutta savonese.

Durante la presidenza di Alberto Bonifacino, il Consorzio aveva iniziato a ragionare concretamente sul recupero delle acque reflue depurate, compresa la necessità di disporre degli spazi necessari per realizzare le strutture indispensabili al progetto.

Tra questi c’era anche il terreno del Consorzio utilizzato dal Comune di Savona per il centro di raccolta dei rifiuti.

Bonifacino aveva chiesto al Comune di liberarlo.

Apriti cielo.

Perché spostare il centro di raccolta significava affrontare un problema politicamente scomodo. E soprattutto significava fare i conti con una promessa dell’amministrazione Russo: quel centro non si sarebbe spostato.

La storia, poi, ha preso la piega che conosciamo.

Bonifacino è stato rimosso, il centro di raccolta è rimasto dov’è e quel terreno continua ad essere utilizzato dal Comune. Di conseguenza, anche l’ipotesi di utilizzare quell’area per strutture legate al recupero delle acque depurate è stata rinviata.

E qui sta il capolavoro.

L’acqua è preziosa, ma il terreno di più

Oggi ci spiegano giustamente che l’acqua sarà una delle grandi emergenze dei prossimi anni.

Ci invitano a chiudere il rubinetto mentre ci laviamo i denti.

Ci raccomandano docce più brevi.

Ci spiegano che non bisogna lavare l’automobile con l’acqua potabile e che sarebbe opportuno raccogliere persino quella piovana.

Tutto sacrosanto.

Poi però abbiamo un depuratore che tratta oltre dieci milioni di metri cubi di reflui all’anno, una riflessione sul loro possibile riutilizzo avviata da tempo e un progetto che avrebbe bisogno di investimenti, infrastrutture e soprattutto volontà politica.

E noi cosa facciamo?

Rimandiamo.

Perché spostare un centro di raccolta rifiuti è complicato.

Perché c’è una promessa politica da rispettare.

Perché tra una soluzione strutturale che guarda ai prossimi vent’anni e un problema che potrebbe costare qualche voto alle prossime elezioni, a Savona sembra sempre molto più urgente occuparsi delle prossime elezioni.

L’ambiente può aspettare. L’urna no.

Naturalmente non significa che tutti i dieci milioni di metri cubi possano domani mattina essere infilati in una condotta e utilizzati per annaffiare le aiuole cittadine. Servono trattamenti adeguati, infrastrutture, reti separate, verifiche tecniche ed economiche e il rispetto delle normative sul riutilizzo.

Ma proprio per questo bisognerebbe cominciare.

Non rinviare.

Il paradosso diventa ancora più evidente oggi che il sistema idrico savonese è stato riorganizzato con la fusione delle società pubbliche in APS – Acque Pubbliche Savonesi, operazione presentata dalle istituzioni come uno strumento destinato anche a rafforzare la capacità di programmare gli investimenti e garantire una gestione più efficiente e sostenibile dell’acqua.

Benissimo.

Allora questa potrebbe essere una delle prime domande da mettere sul tavolo: che cosa vogliamo fare dei milioni di metri cubi di acqua depurata che ogni anno arrivano al mare?

Perché la vera sostenibilità non consiste nel mettere la parola “green” nei comunicati stampa.

Consiste nel fare delle scelte.

E qualche volta significa anche avere il coraggio di spostare un centro di raccolta rifiuti se quel terreno può servire a realizzare un’infrastruttura utile alla città per decenni.

A Genova, come ricorda l’intervento pubblicato da Repubblica, ci si interroga sul paradosso dell’acqua potabile utilizzata per innaffiare mentre quella depurata viene scaricata in mare.

A Savona potremmo aggiungere un capitolo tutto nostro.

Avevamo persino cominciato a pensare a come recuperarla. Poi la politica ha scoperto che era molto più semplice recuperare i voti.

E l’acqua?

Quella può continuare tranquillamente ad andare al mare.

Tanto, quando arriverà la prossima crisi idrica, ci ricorderanno di chiudere il rubinetto mentre ci laviamo i denti.

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