Ha scritto una cosa giustissima Elena Romanato su SavonaNews: nel centrodestra savonese monta l’irritazione perché il futuro candidato sindaco rischia di essere scelto dal “palazzo” regionale, ma la base non va oltre il mugugno. Tutti brontolano, pochi parlano. E quando parlano, spesso lo fanno a mezza voce, con la paura della famosa telefonata da Genova.
E allora diciamolo: il problema non sono solo i genovesi. Il problema è il poco coraggio savonese.
Perché Genova decide quando Savona glielo permette. E se a Savona nessuno osa muoversi senza guardare prima verso il capoluogo, poi non ci si può lamentare se i vari Ripamonti, Vaccarezza, Invernizzi e compagnia conoscono benissimo il gioco e lo sfruttano.
Fabio Orsi pensa da mesi a una squadra civica, ma resta prudente. Piero Santi, forte delle sue 1.300 preferenze, studia ancora il da farsi. Fratelli d’Italia rivendica il diritto di sedersi “a capotavola”, ma Matteo Debenedetti non fa nomi e aspetta la linea da Invernizzi e dalla commissaria Paola Ambrogio. La Lega un nome lo ha fatto, quello del radiologo Alessandro Gastaldo, ma anche lì l’odore non è quello di una scelta nata a Savona: il nome sembra arrivare dall’asse Bucci-Ripamonti.
Un minimo di coraggio lo ha mostrato Roberto Pizzorno, indicando Piero Santi. Ma il tempo di dirlo e dall’Udc è arrivata subito la smentita. Come dire: attenzione, non disturbiamo i manovratori.
Ecco il punto: basta lamenti.
Se il centrodestra savonese vuole autonomia, la eserciti. Se vuole un candidato savonese, lo dica. Se vuole una proposta civica, la costruisca. Se vuole smarcarsi da Genova, lo faccia alla luce del sole. Altrimenti il mugugno resta solo folclore politico: utile per riempire i retroscena, inutile per cambiare la realtà.
Savona non ha bisogno di altri aspiranti ribelli con il telefono in mano in attesa dell’autorizzazione.
Ha bisogno di qualcuno che, almeno una volta, trovi il coraggio di dire: decidiamo noi.






