Il forno della discordia: la Regione accelera, la Val Bormida paga (ancora?)

Chiamatela “svolta”, come fa la giunta regionale. Ma a guardarla bene, sembra piuttosto l’ennesima scorciatoia.

Il bando per l’inceneritore è pronto, le aziende sono chiamate a raccolta, i tempi serrati, i criteri chiari: costruire in fretta, far quadrare i conti, dare una risposta all’emergenza rifiuti. Tutto perfetto, sulla carta.

Peccato che la carta, in Liguria, abbia già raccontato troppe volte storie che poi si sono scaricate sempre sugli stessi territori.

E tra questi territori, guarda caso, torna sempre lei: la Val Bormida.

Un progetto “tecnico” che è profondamente politico

La Regione prova a venderla come un’operazione neutra: project financing, criteri oggettivi, efficienza, riduzione delle tariffe.

Ma non esiste nulla di neutro quando si decide dove piazzare un inceneritore.

Qui non si parla di un’opera qualsiasi. Si parla di un impianto che segna un territorio per decenni.

E allora viene da chiedersi: perché tutta questa fretta?
Perché questa corsa a mettere il progetto in pista prima ancora di avere un consenso reale?

Il trucco: partire senza il sì dei territori

Il passaggio più grave è proprio questo: il bando non prevede l’assenso preventivo dei Comuni.

Tradotto: si va avanti comunque.

Prima si sceglie il progetto, poi — forse — si discuterà con i territori. Una logica rovesciata, che ricorda più l’imposizione che la pianificazione.

E la Regione lo sa benissimo: senza un minimo di consenso locale, queste operazioni si arenano. Ma intanto si procede, si costruisce il “fatto compiuto”, si alza il livello dello scontro.

Una strategia vecchia, e anche un po’ logora.

Val Bormida: sempre pronta per i sacrifici degli altri

Ufficialmente non c’è un sito deciso. Ma nella realtà i radar sono puntati lì.

Sempre lì.

La Val Bormida, territorio già segnato da decenni di servitù industriali, torna ad essere la candidata ideale: meno peso politico, più “abitudine” al sacrificio, meno capacità di opporsi rispetto ad altre aree.

È questo il vero criterio di localizzazione, altro che studi tecnici.

Perché diciamolo chiaramente: se davvero fosse una scelta neutra, equa, distribuita… perché non Genova?
Perché non le aree più popolose, quelle che producono più rifiuti?

La risposta è semplice.

Perché lì il costo politico sarebbe troppo alto.

Il grande inganno del “risparmio”

Tra i criteri premianti del bando c’è la riduzione delle tariffe per i cittadini.

Un classico.

Si promette che l’inceneritore farà risparmiare.
Ma si tace su tutto il resto:

  • i costi ambientali
  • i vincoli per decenni
  • la dipendenza da un modello che ha bisogno di rifiuti per funzionare

Perché un inceneritore non è neutro: più funziona, più deve essere alimentato.

E allora dove sta la coerenza con la raccolta differenziata?
Con la riduzione dei rifiuti?
Con le politiche europee che spingono verso altro?

L’Europa non è più una scusa

Per anni ci hanno detto: “in Europa lo fanno tutti”.

Oggi non è più così semplice.

L’Unione europea considera questi impianti sempre meno “green”.
Alcune forze politiche lo dicono chiaramente: è una tecnologia di transizione, non il futuro.

Eppure la Regione Liguria decide di investirci adesso, nel 2026, con orizzonti che arrivano al 2050.

Una scelta che sa di ritardo più che di innovazione.

Una corsa che odora di politica, non di pianificazione

C’è un’altra sensazione che aleggia su tutta l’operazione: la fretta non è tecnica, è politica.

Si vuole arrivare in autunno con una gara, entro fine anno con un’assegnazione.
Tempi da record.

Ma quando si parla di opere così impattanti, la velocità non è un pregio.
È un rischio.

Perché significa comprimere il dibattito, ridurre il confronto, evitare che le contraddizioni emergano troppo chiaramente.

Il vero nodo: incapacità o scelta?

Alla fine la domanda è sempre la stessa.

Questo inceneritore è davvero una necessità…
o è la conseguenza di anni di mancata pianificazione?

Perché la Liguria arriva qui senza:

  • un sistema efficiente di differenziata
  • impianti alternativi sufficienti
  • una strategia coerente nel tempo

E allora la soluzione diventa quella più semplice: il grande impianto finale.

Il “tappo” che risolve tutto. O almeno così si racconta.

La Val Bormida non è una soluzione, è una cartina di tornasole

Se il progetto andrà avanti, sarà difficile non vedere un copione già scritto:

  • decisioni prese altrove
  • territori chiamati a subire
  • compensazioni usate come moneta politica

Ma questa volta il contesto è diverso.
La consapevolezza è più alta, la diffidenza anche.

E la Val Bormida non è più disposta a fare da discarica delle scelte altrui.

Più che un impianto, un test di credibilità

Questa partita non riguarda solo un inceneritore.

Riguarda il rapporto tra istituzioni e cittadini. Riguarda il modo in cui si prendono le decisioni. Riguarda la credibilità di una classe dirigente.

La Regione può anche tirare dritto. Può anche vincere il bando, assegnare la gara, partire con il progetto.

Ma senza consenso, senza trasparenza, senza una visione davvero moderna… non sarà una soluzione.

Sarà solo l’ennesimo problema costruito in nome della fretta

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