Il calcolo silenzioso di Savona: quando una città portuale guarda insieme i camion del Sud e le fiamme del Nord, sceglie di contare il proprio conto

  Il calcolo silenzioso di Savona: quando una città portuale guarda insieme i camion del Sud
e le fiamme del Nord, sceglie di contare il proprio conto

“Loro urlano tutti, noi vogliamo solo che il gasolio costi meno e il lavoro non si perda” — il sentimento reale della gente comune di una piccola città ligure nell’ottobre 2026, lontano da ogni titolo nazionale

Savona non è Milano. Qui non ci sono violenze di piazza convocate su TikTok, non ci sono 271 persone in questura. Savona non è nemmeno la Sicilia o la Campania. Il porto non è del tutto bloccato, i camion circolano ancora — ma sempre meno. In una città che vede insieme i sintomi del Nord e quelli del Sud senza potersi pienamente ascrivere a nessuno dei due, la mentalità della gente comune configura una terza posizione ignorata dal dibattito nazionale: non rabbia, non paura, ma una stanchezza lenta e pragmatica che si misura in litri di gasolio e in buste paga che non arrivano.

La posizione di Savona nell’ottobre 2026 ha un valore diagnostico unico, e i dati locali lo confermano con una precisione che nessun editoriale nazionale ha finora messo a fuoco. La provincia di Savona è la più anziana della Liguria, e la Liguria stessa è la regione con la popolazione più vecchia d’Italia. Ma il dato che più di ogni altro definisce il clima di questa città è quello diffuso dalla UIL Liguria a metà ottobre: nel 2025 il 19,7% della popolazione ligure risulta a rischio di povertà o esclusione sociale, contro il 13,8% dell’anno precedente — un incremento di quasi sei punti percentuali in un solo anno, in netta controtendenza rispetto all’Italia, dove l’indicatore scende dal 23,1% al 22,6%, e alla media del Nord-ovest, ferma al 14,3%. Il rischio di povertà reddituale in Liguria passa dal 10,8% al 17,1%. La retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti nella provincia di Savona è di 20.108 euro, contro i 25.580 di Genova e i 2.915 euro di spesa media mensile per consumi delle famiglie liguri, superiore alla media nazionale. Tradotto nel linguaggio di un bar savonese: quasi un cittadino su cinque è sull’orlo, e gli stipendi sono più bassi della media mentre i prezzi sono più alti.

Quando i camionisti meridionali bloccano il porto di Napoli e l’A2, gli operatori logistici savonesi non provano “solidarietà con i fratelli del Sud”. Provano ritardi negli ordini e perdita di clienti. Ma la reazione è più complessa di così. Giuseppe Tagnochetti, coordinatore ligure di Trasportounito, ha spiegato a Genova24 che in Liguria la protesta non è scoppiata “perché buona parte dell’adeguamento tariffario è stato allocato, spedizioni e operatori portuali sono stati rispettosi della legge”. Il che significa una cosa sola: la legge sulla clausola del gasolio ha funzionato in Liguria, e non ha funzionato al Sud. “Al Sud non si è riusciti a spingere i committenti ad adeguare le tariffe, e la conseguenza diretta è che gli autotrasportatori sono stati costretti a fermarsi, per disperazione”. Questa asimmetria è il cuore del ragionamento savonese. Non è questione di “fratelli del Sud” contro “padroni del Nord”: è che le regole esistono e qualcuno le applica, qualcun altro no. Il camionista savonese non si sente solidale con chi blocca le strade perché lui, quelle strade, le percorre con tariffe adeguate — e sa che se si fermasse anche lui, a perdere il lavoro sarebbe lui, non il committente.

Verso i camionisti del Sud, insomma, la comprensione è condizionata da un calcolo: “se la legge fosse applicata anche da loro, non sarebbero in strada”. Tagnochetti lo dice senza giri di parole: “Se venisse applicata la legge, il committente che non ha adeguato è corresponsabile del fatto che l’autotrasportatore non è regolare”. Questa frase, in un bar di Savona, diventa: “Hanno ragione a protestare, ma hanno torto a fermarsi: il problema non è il gasolio, è chi non paga la tariffa giusta”. È una posizione scomoda, che non sta né con Salvini né con i sindacati nazionali, ma è la posizione di chi ogni mattina guarda il prezzo alla pompa e calcola se il viaggio di oggi vale ancora la pena.

La distanza dalle fiamme di Milano è ancora più netta, e ha una radice che i dati locali rendono evidente. Savona ha vissuto, pochi giorni prima del fine settimana milanese, la sua piccola anticipazione di conflitto giovanile: al liceo Della Rovere un gruppo di studenti ha tentato di occupare l’istituto, lanciando cassonetti e petardi, con la Digos schierata davanti al cancello. La dinamica è la stessa che a Milano ha prodotto la guerriglia: “un tam tam mediatico attraverso un canale studentesco WhatsApp”, volti parzialmente coperti, “tante idee anche tra volti parzialmente coperti per non farsi riconoscere” — e, alla domanda sul perché della protesta, “tanti non hanno saputo dare una risposta”. Ma la scala è infinitesimale, e la reazione della città è stata di fastidio, non di allarme. Il commento degli studenti rimasti in classe, riportato da La Stampa, è stato “di critica aperta sul modus operandi della manifestazione”. A Savona, chi protesta senza sapere perché non fa paura: fa perdere tempo. E il tempo, in una città dove il 19,7% della popolazione è a rischio povertà, è una risorsa che nessuno può permettersi di sprecare.

La stessa settimana delle fiamme milanesi, Savona ha vissuto un’altra protesta, molto più rappresentativa del suo stato d’animo: lo sciopero di quattro ore dei dipendenti del trasporto pubblico locale, con presidio sotto la Provincia. Le ragioni erano concrete e verificabili: il Tar ha ordinato alla Provincia di pubblicare entro 180 giorni il bando per l’affidamento del 10% delle linee, con il passaggio di 35 lavoratori a un’azienda privata, in un momento in cui mancano già una cinquantina di autisti sui 320 previsti. “In questa condizione come si può accettare che ben 35 ci vengano sottratti e mandati alle dipendenze di un’altra azienda?”, ha chiesto Massimo Nari della Cgil. A questo si aggiunge il paradosso della bigliettazione elettronica: introdotta a settembre, “molto spesso il sistema vada in tilt”, gli utenti non riescono a obliterare e “di fatto viaggiano gratis”, con un danno economico enorme per l’azienda. La gente comune di Savona, di fronte a questa protesta, non ha dubbi: questi sono problemi veri, con cause identificabili e soluzioni negoziabili. Nessuno ha bruciato cassonetti. Nessuno ha invocato la caduta del governo. Si è scioperato quattro ore, si è fatto un presidio, si è ottenuto un incontro a inizio novembre. È la politica nella sua forma più noiosa e più funzionante.

Il contrasto con Milano non potrebbe essere più istruttivo. A Milano, la Questura ha contato 271 persone in questura e 32 arresti, con la quasi totalità dei fermati minorenni, e il gip ha descritto un’organizzazione che “non ruota attorno a una specifica istanza sociale” ma persegue “un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico”. A Savona, lo sciopero dei bus ha avuto una causa scritta in una sentenza del Tar, un obiettivo dichiarato (bloccare l’esternalizzazione e la cessione di 35 lavoratori) e un esito procedurale (incontro con la dirigenza a novembre). La differenza non è nella rabbia: è nella traducibilità della rabbia in domanda. A Savona la domanda è traducibile. A Milano, per migliaia di ragazzi, non lo è — e allora la rabbia diventa pietra, vetrina, fuoco.

Lavoratori TPL davanti alla provincia Foto da Savonanews

C’è un ultimo strato, il più silenzioso e il più politicamente significativo. La UIL Liguria ha chiesto “un tavolo regionale dedicato a povertà, redditi e potere d’acquisto”, osservando che “mentre a livello nazionale si registra un lieve miglioramento, nella nostra regione la situazione peggiora”. La frase del segretario Giovanni Bizzarro è precisa: “Non possiamo limitarci a valutare l’andamento dell’occupazione o i principali indicatori economici senza verificare quanto del benessere prodotto arrivi concretamente nelle tasche dei lavoratori, dei pensionati e delle famiglie”. In questa richiesta c’è tutta la distanza tra Savona e Roma. Roma produce decreti sicurezza, invia 500 militari a Milano, annuncia il riconoscimento biometrico dei manifestanti. Savona chiede un tavolo sulla povertà. E intanto, la Comunità di Sant’Egidio locale lancia un allarme che nessun telegiornale nazionale ha ripreso: gli anziani soli “se pagano le bollette non possono permettersi le medicine”, e si assiste a “forme di povertà alimentare che toccano anche chi è più benestante e possiede una casa di proprietà ma che, per un imprevisto di tipo sanitario o per il carovita, si trova in difficoltà e finisce per nutrirsi soltanto dei beni che costano meno, in primis la pasta”.

Questo è il calcolo silenzioso di Savona. Non è indifferenza verso il Sud che si blocca o verso il Nord che brucia. È la consapevolezza che le due crisi nazionali—quella della legittimità al Nord e quella della logistica al Sud—arriveranno a Savona sotto forma di bollette più alte, di autisti che mancano, di clienti che non comprano, di un figlio che non trova lavoro. E che nessuno dei due schieramenti nazionali, né chi invoca la caduta del governo né chi invoca l’esercito nelle strade, sta parlando di questo. Salvini a Milano dice “revocate i blocchi”. Crosetto parla di “guerra ibrida”. Meloni annuncia “nuovo reato, fino a cinque anni”. I savonesi ascoltano, danno un’occhiata al cartellone del distributore, calcolano se il viaggio di oggi vale ancora la pena. Questo calcolo silenzioso, se si accumula in modo sufficientemente diffuso, è più pericoloso delle fiamme di Milano — perché le fiamme prima o poi si spengono, mentre il conto non si spegne mai.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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