La presentazione del libro di Nathan Greppi, “La cultura dell’odio. Media, università e artisti contro Israele”, alla libreria Centofiori a Finale Ligure ha raccolto consensi, attenzione, e persino entusiasmo. Sala piena, libri esauriti, relatori applauditi. Una riflessione necessaria, urgente, perfino doverosa, di fronte al dilagare di un antisemitismo travestito da cultura, camuffato da critica politica, alimentato da una certa élite intellettuale sempre pronta a colpire Israele con la penna intinta nel veleno del pregiudizio…leggi
E fin qui, nulla da eccepire. Anzi. Il libro pone domande importanti e affronta un fenomeno reale: l’odio che serpeggia in ambienti accademici, mediatici e artistici verso l’unico Stato ebraico del mondo. La lucidità dell’autore è innegabile, e l’allarme lanciato ha il merito di rompere il velo di ipocrisia che spesso copre il dibattito.
Poi però ci sono i “testimonial”.
E qui le cose si complicano. Perché il tema è delicato, richiede coerenza, credibilità, sobrietà. Ma se tra chi loda l’impegno contro l’antisemitismo ci sono volti noti per partecipare a commemorazioni in onore dei “repubblichini” di Salò, qualcosa stona. Qualcosa suona falso. Qualcosa puzza di revisionismo travestito da buona volontà.
Perché l’odio – lo insegna lo stesso libro – non nasce mai per caso. E non si combatte a corrente alternata: con la mano sinistra si denuncia l’intolleranza, con la destra si stringono mani a nostalgici del ventennio. C’è chi combatte l’odio selettivamente, dimenticando che la memoria non è un buffet dove prendi solo ciò che ti piace.
E allora ben venga il libro. Ben venga l’allarme. Ma evitiamo di trasformarlo in passerella.
La lotta all’antisemitismo merita volti puliti, liberi da ambiguità, lontani da ogni equivoco con la storia. Non servono crociate identitarie né pose da martiri della civiltà. Serve onestà intellettuale. Serve una cultura che, prima di accusare l’odio altrui, faccia i conti con le proprie ombre.
Perché combattere l’odio è una cosa seria. Ma farlo con chi celebra Salò rischia di diventare solo l’ennesima rappresentazione ipocrita dell’Italia che si guarda allo specchio e non si riconosce.







