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Fare informazione

Esegesi di un post del tutto inutile, e, forse, autocelebrativo
Condivido l’intervento di Marcello Zinola e quello di Luciano Angelini. Tranne che per alcuni, considerevoli, aspetti…

 

La notizia terribile del ragazzo che si è tolto la vita è stata trattata con sensazionalismo, sì, proprio da quei giornali cartacei per i quali ci si interroga sul futuro. Paginate con foto, interviste allo psicologo e biografia dietrologica per un fatto che – ritengo – doveva essere trattato molto più sommessamente, tanto con misura quanto con delicatezza umana.

“Dove andremo a finire?” sembrano le domande che si evincono dai due commenti. “Da dove ripartire?” piuttosto. Da dove rifondare un approccio deontologico, che includa la “pietas” tra i principi primari nella cultura del cronista? Perchè è un fatto non solo di deontologia, ma anche di cultura.

Ed ecco che il nostro Lammardo ci spiega come si “deve” fare informazione. Lui sì che lo sa.

E fa dei distinguo che lui, e solo lui, sembra riesca a capire. Gli altri no. Come mai? Mistero.

E poi una reverente bacchettata ( e ci mancherebbe che non fosse così) ad Angelini. Noi la vogliamo leggere così. E alla carta stampata in genere:

Il modo di fare comunicazione nel terzo millennio è già cambiato. Pensare che il giornalismo si identifichi ancora con l’era di Guttenberg, con la stampa a caratteri mobili, è una sciocchezza ormai.

Per finire un peana alla sua gestione professionale e futuristica dell’informazione: Lo sappiamo tutti. Alla fine della conta, sono i lettori che premiano la serietà e la professionalità, qualità che si consolidano con linee editoriali precise, a prescindere dal “medium”, sia esso carta, radio, televisione o web. Non è un supporto che conferisce autorevolezza ad un organo di informazione. Sono i contenuti, che vanno giudicati con attenzione giorno dopo giorno.

Benedizione finale con una citazione dotta e dottorale. Con tanto di spiegazione (alla “Non è mai troppo tardi”) per il lettore, che non sa, non può sapere, non capisce poverino. Allora gli si deve spiegare. Non era meglio usare un termine italiano a prescindere dal fatto che “pietas” è ormai un neologismo ampiamente consolidato?

Per questo in precedenza ho usato il termine “pietas”, una parola latina, antica, per indicare che i nuovi media non devono cannibalizzare i valori sani radicati in una professione importante, quale quella giornalistica, ma anzi farli propri. Tra questi valori eccelle quel sentimento di riverenza e di compassione per i dolori altrui che è appunto la pietà.

Buon Anno

L.R.

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