
Genova nel 2025 ha demolito ciò che restava dell’ex inceneritore della Volpara, in Val Bisagno: un impianto vecchio degli anni sessanta, chiuso da decenni, simbolo di un’epoca in cui si bruciava quasi tutto e i cittadini dei quartieri vicini pagavano il prezzo in odori, miasmi e inquinamento.
Al suo posto è stato realizzato, o comunque era previsto entro la primavera 2026, un centro di raccolta, un centro del riuso, spazi più ordinati e moderni. In altre parole: è stato cancellato un pezzo ingombrante e mal sopportato della storia dei rifiuti genovesi.
Fin qui, nulla da obiettare. Anzi. Ma veniva spontanea una domanda, semplice e forse scomoda: se Genova riteneva necessario un inceneritore per chiudere il proprio ciclo dei rifiuti, perché non pensava a costruirlo sul proprio territorio, magari nell’area della Volpara o in un’altra zona industriale adeguata della città?
La Volpara non era certo automaticamente utilizzabile: era inserita in una zona urbana, vicina alle abitazioni, e un nuovo impianto avrebbe richiesto verifiche ambientali, urbanistiche e sanitarie rigorosissime. Ma proprio per questo il caso era rivelatore. Se un inceneritore è davvero sicuro, moderno, indispensabile e perfino vantaggioso per le bollette, perché Genova non lo voleva accanto ai propri quartieri? Perché l’ipotesi dominante diventava invece quella di spedire decine di migliaia di tonnellate di rifiuti verso la Val Bormida?
La risposta sembrava stare tutta nella geografia del potere: Genova produceva la quota maggiore di rifiuti liguri, ma non voleva più convivere con gli impianti che li trattavano. La Volpara veniva bonificata e trasformata in un luogo di recupero e riuso; alla Val Bormida, già gravata da Italiana Coke, Ferrania, discariche, traffico pesante e un passato industriale tutt’altro che leggero, si prospettava invece il ruolo di pattumiera energetica della regione.
Era, ed è tuttora, una contraddizione che merita una risposta pubblica. Non basta chiamare l’inceneritore “termovalorizzatore” per renderlo innocuo, né bastano le promesse di compensazioni economiche per rendere accettabile ciò che Genova non intendeva ospitare.
Se il problema è ligure, la responsabilità deve essere ligure. E se il problema nasce soprattutto a Genova, non può essere risolto scaricandolo, ancora una volta, sulla Val Bormida.
