La fotografia del Consiglio comunale di ieri a Cairo Montenotte è destinata a restare negli archivi della Valbormida: corridoi strapieni, sala consiliare insufficiente, cittadini arrivati persino da paesi limitrofi del Piemonte, cartelli ovunque e un messaggio inequivocabile – “No all’inceneritore. Punto.”
Nel gelo di fine novembre, la valle ha dato una delle risposte civiche più compatte degli ultimi anni, confermando che il progetto di un termovalorizzatore qui non è solo contestato: è vissuto come un vero assedio.
L’atmosfera si è caricata ulteriormente quando la seduta si è aperta con un minuto di silenzio per ricordare Franco Orsi, figura storica del territorio, la cui memoria ha unito per un attimo un’aula poi subito tornata tesa.
Un “no” che non convince: il sindaco sotto pressione
Il sindaco Paolo Lambertini ha ribadito la posizione già espressa in più occasioni: “Oggi la risposta è no. Non ci sono le condizioni ambientali, infrastrutturali ed economiche per un impianto del genere.”
Parole accolte da un applauso freddo e sospettoso.
Perché?
Perché alla frase successiva il messaggio si è nuovamente sfumato: “Dire no a prescindere non è corretto. Valuteremo i pro e i contro, con chi ha competenze. Solo se i parametri ambientali rientreranno, potremo discutere.”
Ed è proprio questo che ha fatto insorgere opposizioni e cittadini: per molti, quella finestra aperta sembra il preludio a un futuro “sì condizionato”.
La minoranza non usa giri di parole:
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Giorgia Ferrari (Cairo in Comune): “No significa no. Non servono equilibrismi politici, né allusioni. Il sindaco dica chiaramente che il tema è chiuso.”
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Fulvio Briano (Più Cairo): “Non è dignitoso dire che non esiste nessuna proposta quando il rapporto Rina 2024 indica chiaramente la Valbormida come sito idoneo. I cittadini hanno diritto a informazioni complete.”
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Alberto Poggio: “Cairo ha scelto la raccolta differenziata già nel 2014. Abbiamo imboccato una strada precisa: perché mai dovremmo tornare indietro?”
Dietro le righe, la vera preoccupazione è un’altra: se Italiana Coke dovesse chiudere o essere ridimensionata, qualcuno potrebbe provare a proporre un inceneritore come “nuova vocazione produttiva” per compensare gli impatti economici.
Un sospetto che circola da mesi e che ieri sera è riemerso con forza.
Cartelli, striscioni e una valle che non ci sta
Fuori dal Municipio, il colpo d’occhio era eloquente.
Cartelli come:
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“Non lasciamo decidere ad altri l’aria che respiriamo”
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“Valbormida non è una discarica”
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“Funghi e verdure alla diossina? No grazie”
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“Non bruciate il nostro futuro”
Una manifestazione popolare ordinata, civile, ma determinatissima.
Un segnale chiaro: l’impianto non è solo un’opzione tecnica, è percepito come un’ingiustizia ambientale.
La valle porta ancora addosso le cicatrici dell’ex ACNA, le problematiche dell’Italiana Coke, le ricadute industriali accumulate in decenni.
È una terra che ha già dato, e che non accetta altre “compensazioni” pagate con la salute.
Il grande non detto: gli affari che girano intorno ai rifiuti
Un concetto ha attraversato tutta la serata, anche se non sempre esplicitato:
la paura che dietro la spinta verso un inceneritore ci siano interessi economici enormi.
Il ciclo dei rifiuti in Italia è un affare miliardario, e le aree con poca resistenza politica diventano rapidamente bersagli appetibili.
Non a caso, molti cittadini parlano apertamente di: “Affaristi dei rifiuti che guardano alla nostra valle come terreno fertile per nuovi profitti.”
E il timore non è immotivato: i grandi gruppi energetici e industriali che promuovono i termovalorizzatori hanno già messo gli occhi su diverse aree della Liguria occidentale.
La Valbormida – con ex siti industriali, aree dismesse, vuoti urbanistici e un tessuto politico frammentato – appare perfetta agli occhi di chi cerca luoghi “disponibili”.
Il contesto regionale: un puzzle già scritto?
La Regione Liguria punta dichiaratamente a chiudere il ciclo dei rifiuti con almeno un impianto di trattamento termico.
Il rapporto Rina 2024 ha già indicato varie aree “papabili”, tra cui Cairo Montenotte, Savona e la Piana di Albenga.
Nel frattempo:
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La discarica di Scarpino è in affanno.
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Il porta a porta in molti comuni non decolla.
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Le tariffe Tari aumentano.
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I consorzi provinciali non hanno strategie comuni.
Dentro questo caos strategico, l’idea dell’inceneritore cresce come “soluzione semplice”.
E la Valbormida diventa il bersaglio naturale.
Un territorio che difende se stesso
La serata si è chiusa senza una vera sintesi, se non una certezza:
la valle non si accontenterà più di mezze posizioni o promesse generiche.
Comitati, associazioni, cittadini comuni hanno già annunciato:
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nuovi incontri pubblici
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altre raccolte firme
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eventi informativi
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iniziative condivise con i comuni piemontesi
La sensazione è che sia appena iniziata una nuova fase di mobilitazione permanente.
Il tempo degli equilibrismi è finito
Il messaggio che emerge da Cairo è limpido:
la Valbormida non vuole l’inceneritore, né oggi né domani.
In un territorio già segnato da decenni di industrie pesanti, non basta un “no condizionato” o un “vedremo quando i parametri miglioreranno”.
Qui la gente pretende garanzie vere, trasparenza totale, e soprattutto una visione diversa del futuro.
Perché, come recitava uno dei cartelli più fotografati ieri: “La nostra valle merita aria, non fumo.”






