La chiamano transizione, la raccontano come sviluppo. Ma in Val Bormida suona sempre più come una condanna a reiterare lo stesso copione: un territorio già segnato da decenni di ferite ambientali che torna, ancora una volta, al centro di progetti impattanti.
Non basta l’ombra dell’inceneritore, che incombe come soluzione “definitiva” al ciclo dei rifiuti ligure. Ora si riaffaccia anche lo spettro della riapertura di una cava a Bormida. Un ritorno al passato che sa di beffa.
L’assemblea pubblica, affollata e partecipata, racconta meglio di qualsiasi comunicato ufficiale lo stato d’animo della popolazione: preoccupazione, stanchezza, ma anche una crescente consapevolezza. I cittadini non parlano più solo di paesaggio, ma di qualità della vita, traffico pesante, polveri, equilibrio ambientale. Tradotto: di futuro.
Sul tavolo pesa la recente decisione del TAR Liguria, che ha riaperto uno spiraglio alla società interessata. Un passaggio tecnico, certo, ma con conseguenze molto concrete: la partita non è chiusa, anzi. Si riapre proprio quando sembrava archiviata.
E qui emerge il nodo politico. Perché mentre si discute di nuove infrastrutture “strategiche”, si continua a chiedere alla stessa valle di pagare il conto. Prima l’industria pesante, poi i rifiuti, ora di nuovo escavazioni. Sempre nello stesso posto.
La sensazione, difficile da scrollarsi di dosso, è che la Val Bormida venga considerata una zona di compensazione permanente: un luogo dove si può fare ciò che altrove sarebbe semplicemente inaccettabile.
E invece qualcosa sta cambiando. La mobilitazione cresce, le amministrazioni locali alzano il tono, i cittadini partecipano. Non è più solo una protesta: è una richiesta di dignità territoriale.
Perché il punto, alla fine, è semplice. Non si può continuare a parlare di rilancio mentre si accumulano nuovi pesi su un territorio già martoriato.
E soprattutto, non si può chiedere sempre agli stessi di sacrificarsi in nome di un interesse collettivo che, guarda caso, altrove non passa mai.






