VAL BORMIDA, L’UNITÀ DI FACCIATA SI SGRETOLA: TRA “RICATTI” E CALCOLI POLITICI TORNA LO SPETTRO DELL’INCENERITORE

Sergio Colombo

Sembrava fatta. Dopo settimane di tensioni, distinguo e riunioni infinite, i sindaci della Val Bormida avevano trovato una linea comune: un documento unitario da inviare alla Regione per dire, con una sola voce, che la valle non può permettersi un altro carico ambientale. Una posizione non solo politica, ma quasi “esistenziale” per un territorio che da decenni paga il conto dell’industrializzazione pesante.

E invece no. Basta una crepa — ma significativa — per far capire che quell’unità era più fragile di quanto si volesse far credere.

Il sindaco di Pallare, Sergio Colombo, decide di non firmare. E non lo fa con mezzi termini: parla di “ricatto ambientalista” e accusa i colleghi di chiudersi in una posizione rigida, dettata più dal timore di perdere consenso che da una reale volontà di valutare soluzioni alternative.

Parole pesanti. Parole che pesano ancora di più perché arrivano dall’interno di quel fronte che fino a ieri si voleva compatto.

L’illusione dell’unità

La verità, che qualcuno finge di scoprire solo oggi, è che questa unità non è mai stata davvero solida. Era una tregua, non una strategia.

Troppo diverse le visioni.
Troppo forti le pressioni.
Troppo evidente il rischio che, dietro la parola “documento condiviso”, si nascondesse semplicemente un compromesso al ribasso.

Da una parte chi dice “no” senza se e senza ma, forte di una storia ambientale devastante che non consente più margini di fiducia.
Dall’altra chi, come Colombo, prova a infilare una porta socchiusa: non un sì all’inceneritore, ma un sì alla trattativa.

E qui sta il punto. Non è una questione tecnica, ma politica pura.

Il “ricatto ambientalista” o il ricatto della realtà?

Quando si parla di “ricatto ambientalista” si entra in un terreno scivoloso. Perché in Val Bormida non si parla di teoria, ma di memoria: ACNA, cokerie, discariche, odori, bonifiche incomplete. Non è ideologia, è esperienza vissuta.

Definire “ricatto” la richiesta di non aggiungere un altro impianto pesante su un territorio già saturo suona, per molti cittadini, come una provocazione.
Ma allo stesso tempo liquidare ogni ipotesi alternativa senza neppure valutarla rischia di diventare una posizione difensiva, più utile a consolidare consenso che a governare davvero il problema.

È qui che il dibattito si incarta.

Il nodo Italiana Coke: soluzione o trappola?

La posizione di Colombo si concentra su un punto preciso: il sito di Italiana Coke.

L’argomento è semplice, quasi seducente: se l’arrivo dell’inceneritore comportasse la dismissione della cokeria e la bonifica dell’area, il saldo ambientale potrebbe persino essere positivo.

Sostituire un impianto vecchio e altamente inquinante con uno “meno impattante”, ottenendo in cambio bonifiche e compensazioni. Una logica da bilancio ambientale, più che da principio assoluto.

Peccato che questa narrazione presenti almeno tre problemi enormi:

  1. La fiducia: davvero qualcuno crede che la dismissione e la bonifica avverrebbero nei tempi e nei modi promessi?
  2. Il precedente: quante volte la valle ha già sentito promesse simili?
  3. Il rischio cumulativo: e se alla fine ci si trovasse con tutto? Cokeria, inceneritore e bonifiche a metà?

Perché il vero incubo evocato dallo stesso Colombo è proprio questo: la Regione che decide comunque, imponendo l’opera e lasciando al territorio solo le conseguenze.

Il convitato di pietra: la Regione

Ed eccolo il vero protagonista di questa storia: la Regione.

Tutto il dibattito locale rischia di essere, ancora una volta, una partita giocata su un campo non proprio. Perché se l’impianto verrà dichiarato di pubblica utilità, il potere decisionale dei territori potrebbe ridursi drasticamente.

E allora la domanda diventa brutale:
meglio un no compatto, anche simbolico, o una trattativa che prova a strappare condizioni migliori?

Il problema è che, mentre i sindaci discutono, il tempo scorre. E le decisioni vere spesso arrivano altrove.

Una valle divisa, un futuro incerto

La scelta di Colombo non è solo una posizione personale. È il segnale che la crepa c’è, ed è destinata ad allargarsi.

Perché sotto la superficie emergono tutte le contraddizioni di un territorio stretto tra:

  • la necessità di difendere la propria salute,
  • la pressione di un sistema regionale che deve chiudere il ciclo dei rifiuti,
  • e la tentazione, sempre presente, di accettare compromessi in cambio di bonifiche e compensazioni.

Il rischio finale? Quello di sempre:
una valle che discute, si divide, si logora… mentre le decisioni vengono prese altrove.

E a quel punto non ci saranno più né fronti uniti né porte socchiuse. Solo un’altra scelta calata dall’alto.

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