L’ombra dell’inceneritore sull’ex Acna unisce i Comuni: a Cortemilia muro compatto contro la Regione Liguria
In Val Bormida la parola inceneritore non è neutra. Non è tecnica. Non è astratta.
È una parola che pesa come un macigno, perché affonda le sue radici in una storia che qui nessuno ha dimenticato: quella dell’ex Acna di Cengio, la fabbrica dei veleni, l’emblema di uno sviluppo industriale imposto, pagato con l’ambiente, con la salute, con le vite.
Per questo l’ipotesi formulata dalla Regione Liguria – che individua anche l’area ex Acna tra i siti potenzialmente idonei a ospitare l’inceneritore – ha riacceso paure mai sopite. E ha prodotto una reazione politica netta, trasversale e, fatto non scontato, compatta.
Cortemilia: l’incontro che segna una linea
Nei giorni scorsi, a Cortemilia, si è tenuto un nuovo incontro tra i sindaci della Valle Bormida cuneese e la Provincia di Cuneo. Un vertice tutt’altro che formale, che ha ribadito una posizione già messa nero su bianco nelle delibere comunali: no al termovalorizzatore, soprattutto se collocato in un territorio che ha già dato.
Non si è trattato solo di riaffermare un dissenso. Dal confronto è emersa la volontà di costruire una linea politica stabile, coordinata, che non lasci spazio a letture ambigue o a trattative sotterranee. Una presa di posizione che ha trovato il pieno sostegno del Consiglio provinciale.
A rappresentare con forza questa linea è stato il sindaco di Cortemilia Roberto Bodrito, delegato provinciale nell’Osservatorio permanente sulla bonifica dell’ex Acna. Le sue parole non hanno lasciato margini di interpretazione: insediare un impianto di incenerimento in Val Bormida significherebbe riaprire una ferita proprio mentre il territorio sta faticosamente tentando di rimarginarla.
L’Acna non è passato: è memoria viva
Citare l’Acna non è esercizio retorico. È un richiamo a una realtà che ha segnato generazioni intere, anche sul versante piemontese della valle. Inquinamento diffuso, patologie, morti premature, un fiume – la Bormida – trasformato per decenni in un collettore di veleni.
La fabbrica ha chiuso negli anni Novanta, ma le sue conseguenze non sono mai scomparse del tutto. La bonifica è lunga, complessa, ancora monitorata. Ed è proprio per questo che il Piemonte ha opposto fin da subito un veto politico all’ipotesi ligure, rafforzato dalla nascita dell’Osservatorio permanente voluto dal presidente della Regione Alberto Cirio.
I numeri che non tornano (e che preoccupano)
Nelle delibere approvate dai Comuni della valle emerge un dato che da solo basterebbe a spiegare la contrarietà: 350 mila tonnellate di rifiuti all’anno.
Una capacità enormemente superiore alla produzione locale.
Tradotto: rifiuti importati da fuori, traffico pesante, aumento delle emissioni, pressione su una valle fragile dal punto di vista ambientale e infrastrutturale. Un modello che stride con la vocazione agricola, rurale e turistica che molti Comuni stanno cercando di ricostruire dopo decenni di marginalità.
Non solo. L’ipotesi appare in palese contraddizione con i principi europei di economia circolare: riduzione dei rifiuti, riuso, riciclo. Costruire un grande inceneritore significa, di fatto, garantirgli rifiuti per decenni, disincentivando qualsiasi politica virtuosa.
La Provincia di Cuneo: «Tema da affrontare con responsabilità»
A chiudere il cerchio, le parole del presidente della Provincia Luca Robaldo, che ha confermato il pieno sostegno dell’ente alle posizioni espresse dal territorio. Un impegno che non resterà sulla carta: la questione sarà portata ufficialmente in Consiglio provinciale e affrontata anche attraverso il dialogo istituzionale con la Provincia di Savona.
Una lezione che la Val Bormida non accetta di dimenticare
La sensazione, netta, è che in Val Bormida si sia ormai superata la soglia della pazienza. Qui non si discute per ideologia, ma per esperienza diretta.
Chi ha già pagato il prezzo più alto allo sviluppo sbagliato non accetta di diventare di nuovo la soluzione comoda ai problemi altrui.
L’inceneritore, per la Val Bormida, non è una semplice infrastruttura. È il simbolo di un passato che non deve tornare. E questa volta – almeno per ora – i territori sembrano decisi a dirlo tutti insieme, senza distinguo e senza tentennamenti.






