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Val Bormida, dalle fabbriche dei veleni alle pale del vento: la storia che rischia di ripetersi

In Val Bormida la parola “sviluppo” è sempre stata pronunciata con prudenza. Non per paura del futuro, ma per memoria del passato. Qui l’industrializzazione non è stata una promessa astratta, ma una realtà concreta che ha lasciato ferite profonde: l’Acna, l’inquinamento del fiume, le malattie, lo spopolamento. Un debito ambientale e umano che nessuno ha mai davvero saldato.

Per questo oggi, quando si parla di nuovi parchi eolici sui crinali del savonese, la discussione non può essere ridotta a uno scontro tra ambientalisti e sostenitori delle rinnovabili. È qualcosa di più complesso: è la paura di rivivere un copione già visto.

Negli ultimi anni la provincia di Savona, e in particolare la Val Bormida, è diventata uno dei territori con la maggiore concentrazione di progetti eolici del Nord Italia. Impianti già esistenti, altri autorizzati, altri ancora in fase di valutazione: Madonna della Neve, ex base Nato, Prà Boè, Pian Merlino, il progetto Camulera tra Murialdo e Osiglia, fino al recente Bric dei Prati sul territorio di Rialto.

Il rischio è evidente: la transizione ecologica, parola ormai onnipresente nel linguaggio politico, potrebbe trasformarsi in una nuova stagione di industrializzazione dell’entroterra.

La differenza è che questa volta non si parla di ciminiere ma di torri alte oltre cento metri, strade di servizio, sbancamenti, trasporti eccezionali, boschi tagliati e crinali modificati per sempre.

Chi vive in Val Bormida non contesta l’energia rinnovabile. Contesta la concentrazione. Contesta la mancanza di una pianificazione. Contesta l’idea che territori già fragili dal punto di vista idrogeologico e demografico diventino la soluzione più semplice per collocare impianti che altrove incontrerebbero opposizioni più forti.

La sensazione diffusa è che la provincia di Savona venga considerata una zona di sacrificio energetico.

Non è solo una questione paesaggistica, anche se il paesaggio dei crinali appenninici è parte dell’identità di queste comunità. È anche una questione di sicurezza e di equilibrio ambientale. Gli episodi di dissesto legati agli sbancamenti per le infrastrutture eoliche, ricordati da diversi amministratori locali, alimentano timori concreti in un territorio già segnato da alluvioni e frane.

E poi c’è la memoria.
La Val Bormida ha già pagato il prezzo delle scelte industriali calate dall’alto. Per decenni ha prodotto ricchezza per altri territori e problemi per sé stessa. Oggi, quando si parla di nuovi impianti energetici, quella memoria torna inevitabilmente a galla.

La politica regionale e nazionale insiste sulla necessità di accelerare la produzione di energia da fonti rinnovabili. Un obiettivo condivisibile e necessario. Ma la transizione ecologica non può diventare una scorciatoia amministrativa, né una semplice somma di autorizzazioni.

Serve una visione complessiva. Serve una pianificazione energetica che stabilisca dove, come e quanti impianti siano realmente sostenibili. Serve soprattutto un principio di equità territoriale.

Perché la transizione ecologica, se non è governata, rischia di trasformarsi in una nuova forma di disuguaglianza.

La Val Bormida non può essere ancora una volta il luogo dove si concentrano le scelte più impattanti. Non dopo l’Acna e il carbone a Cairo. Non dopo decenni di sacrifici ambientali e sociali.

La vera sfida non è scegliere tra sviluppo e tutela del territorio.
La vera sfida è dimostrare che la transizione energetica può essere diversa dalle industrializzazioni del passato.

Se la politica non saprà farlo, allora la diffidenza dei cittadini non sarà nostalgia o conservatorismo, ma semplice memoria storica.

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