Accordi firmati, promesse scritte nero su bianco, percentuali già definite. Eppure oggi il Comune è costretto ad andare dall’avvocato per capire quanto gli spetta davvero.
C’è una domanda che aleggia su tutta la vicenda della piattaforma Maersk di Vado Ligure, ed è una domanda tanto semplice quanto scomoda: ma non era meglio pensarci prima?
Perché oggi il Comune decide di affidarsi a uno studio legale per capire quanto gli spetta dalle tasse portuali – tasse di ancoraggio e sulle merci – quando quelle stesse cifre erano già previste negli accordi firmati anni fa?
Non parliamo di dettagli tecnici.
Parliamo di soldi veri. E nemmeno pochi.
L’accordo di programma lo dice chiaramente: fino al 30% del gettito, con un minimo garantito di 500 mila euro l’anno. Tradotto: una fetta importante della ricchezza prodotta da una delle infrastrutture più rilevanti del territorio.
E allora viene spontaneo chiedersi: com’è possibile che oggi non si sappia quanto spetta davvero al Comune?
Accordi, firme, promesse… e poi il vuoto
La storia è lunga, ma il punto è semplice.
Dal 2005 si parla della piattaforma.
Nel 2008 si firmano gli accordi.
Negli anni si aggiornano, si modificano, si integrano.
Nel 2023 e nel 2025 nuovi atti, nuovi impegni, nuovi cronoprogrammi.
E dentro tutto questo c’è sempre la stessa promessa: il territorio avrà una compensazione economica per l’impatto del porto.
Oggi, invece, il Comune deve chiedere – e nemmeno ottiene risposta – quanto è stato incassato.
L’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, dopo richiesta formale, risponde sostanzialmente: non possiamo fornire i dati.
Fine.
Il paradosso: prima si firma, poi si capisce
Qui sta il vero nodo politico.
Si è costruita un’opera gigantesca, si sono accettati impatti ambientali, traffico, trasformazioni urbane, si è venduta la narrazione dello sviluppo e delle ricadute economiche…
e solo dopo si scopre che manca la trasparenza sui soldi.
È il solito schema: prima si corre dietro al progetto, poi – anni dopo – si prova a capire se qualcuno ha dimenticato di pagare il conto.
E nel frattempo?
Il Comune si ritrova a dover incaricare avvocati per una fase “precontenziosa”, cioè per prepararsi a una possibile battaglia legale con altri enti pubblici.
Non con privati.
Con lo Stato, con l’Autorità Portuale, con l’Agenzia delle Dogane.
Un cortocircuito istituzionale perfetto.
Il territorio paga, ma quanto incassa?
La questione non è solo giuridica.
È profondamente politica.
Perché Vado Ligure ha già pagato – e continua a pagare – il prezzo della piattaforma:
- traffico pesante
- pressione ambientale
- trasformazione del territorio
- impatti su viabilità e qualità della vita
E allora la domanda diventa ancora più diretta: quanto è tornato indietro davvero ai cittadini?
Se non si conoscono i dati, non si può nemmeno rispondere.
E senza numeri, ogni discorso sulle “ricadute economiche” diventa propaganda.
Il ritardo che pesa (e che qualcuno doveva evitare)
Il sindaco Fabio Gilardi ha chiesto più volte la convocazione del collegio di vigilanza.
Ha sollecitato, ha incontrato gli altri enti, ha chiesto chiarimenti.
Ma il punto resta: questo problema nasce oggi o era prevedibile ieri?
Perché quando si firmano accordi così complessi, con più soggetti istituzionali e interessi enormi, la trasparenza sui flussi economici dovrebbe essere la prima garanzia, non l’ultima preoccupazione.
Invece si arriva al paradosso attuale: un Comune che deve “scoprire” quanto gli spetta da un’infrastruttura che opera da anni.
La vera partita non è legale, è politica
Attenzione a non ridurre tutto a una questione di avvocati.
La partita vera è politica.
Perché qui si decide un principio:
chi controlla davvero le ricchezze generate dal porto?
Il territorio?
Oppure una filiera di enti e organismi dove i Comuni restano sempre l’ultimo anello, quello che subisce ma fatica a incassare?
Sviluppo per chi?
La piattaforma Maersk è stata venduta come una grande occasione di sviluppo.
Ma oggi la domanda è inevitabile: sviluppo per chi?
Se il Comune deve andare da un legale per capire quanto gli spetta, significa che qualcosa – e forse più di qualcosa – non ha funzionato.
E allora sì, la domanda iniziale torna più forte di prima: ma non era meglio pensarci prima?






