Il grande scaricabarile della viabilità savonese: cittadini fermi, istituzioni in movimento… solo per difendersi
C’è un’immagine che fotografa perfettamente la situazione: chilometri di auto ferme, clacson rassegnati, cittadini esasperati. E sopra tutto questo, un rimpallo continuo di responsabilità che somiglia più a una partita di ping-pong istituzionale che a una gestione seria di un’emergenza.
Benvenuti nel caos della strada di scorrimento Savona–Vado–Quiliano.
Il cortocircuito perfetto
Non è un imprevisto. Non è sfortuna. È un disastro annunciato.
Da mesi si sapeva che il cantiere della strada di scorrimento procedeva a rilento. Da mesi si sapeva che altri interventi – ponte sul Quiliano, lavori sull’Aurelia, Corso Svizzera – sarebbero partiti. Eppure nessuno ha avuto il coraggio (o la capacità) di coordinare.
Il risultato? Un territorio paralizzato.
Deviazioni improvvisate, traffico riversato nelle vie interne, quartieri trasformati in tangenziali di fortuna. Via Briano, via San Pietro, Valleggia: nomi che ormai non indicano più strade, ma imbottigliamenti permanenti.
I sindaci accusano
I sindaci di Savona, Vado e Quiliano alzano la voce: ritardi “insostenibili”, gestione “non adeguata”, controlli mancanti, tempistiche ballerine.
Parole pesanti, che fotografano un dato evidente: il cantiere è sfuggito di mano.
E quando tre amministrazioni arrivano a scrivere a Prefettura, Regione, Anas, Ministero e mezzo mondo produttivo… significa che il problema non è più tecnico, ma politico.
La Provincia si difende
E qui entra in scena il secondo atto: la replica del presidente della Provincia.
“Ricostruzione parziale”, “toni che rammaricano”, “riunione anticipata senza avviso”…
Tradotto: non è colpa nostra.
E così, mentre fuori c’è gente bloccata nel traffico, dentro le istituzioni si discute… dell’orario di una riunione.
Surreale.
Il vero problema: nessuno guida davvero
La verità è più semplice – e più grave.
Non c’è una regia. Non c’è un coordinamento reale.
Non c’è qualcuno che si prenda la responsabilità fino in fondo.
Cantieri che si sovrappongono, lavori che si rallentano, promesse che cambiano nel giro di pochi giorni (prima il 12 giugno, poi chissà).
E soprattutto: nessun controllo efficace su chi quei lavori li deve fare davvero.
Il sospetto, neanche troppo velato, è che il cantiere venga inseguito invece che gestito.
I cittadini? Ultimi della fila (letteralmente)
Nel frattempo, a pagare sono sempre gli stessi:
- lavoratori che impiegano il doppio del tempo per spostarsi
- imprese che vedono rallentare tutto
- residenti intrappolati nelle proprie strade
- polizie locali trasformate in tappabuchi permanenti
E tutto questo mentre si discute di “convocazioni”, “note istituzionali” e “ricostruzioni parziali”.
Le soluzioni? Arrivano solo dopo il disastro
Ora si parla di:
- lavori notturni
- aumento degli operai
- riaperture parziali
- maggiore controllo tecnico
Tutte cose sacrosante.
Ma che arrivano dopo che il sistema è già collassato.
È il solito schema: prima il caos, poi le toppe.
La politica del ritardo
Questa vicenda è l’ennesima dimostrazione di una malattia cronica del territorio: la politica del “dopo”.
Dopo che i problemi emergono.
Dopo che i cittadini protestano.
Dopo che tutto si blocca.
E nel frattempo?
Si litiga.
Morale della storia:
le strade sono ferme, ma lo scaricabarile corre velocissimo.
E, come sempre, arriva primo.






