
La notizia, riportata dal giornalista Marco Preve su La Repubblica, è di quelle che pesano: nel cantiere della nuova diga foranea di Genova – uno dei più grandi investimenti infrastrutturali in Italia – il gruppo Fincosit ha deciso di rescindere il contratto con la società RBB Solutions, lasciando in bilico circa cento lavoratori.
Una decisione che arriva a Vado Ligure, dove è stata allestita la “fabbrica dei cassoni”: quei giganteschi blocchi di cemento che dovrebbero sostenere la nuova diga di Genova. Un’infrastruttura da oltre un miliardo e mezzo di euro, simbolo della Liguria che “riparte”. Ma da dove? E soprattutto: con chi?
Il paradosso delle grandi opere: soldi pubblici, lavoro precario
La vicenda è tanto semplice quanto brutale: un subappalto viene interrotto e cento operai – molti stranieri, spesso invisibili finché servono – rischiano di restare senza lavoro da un giorno all’altro.
Il sindacato Fillea CGIL ha già lanciato l’allarme e chiesto una ricollocazione immediata. Perché il punto non è solo occupazionale: è politico.
Siamo in una regione dove piovono finanziamenti pubblici per infrastrutture – diga, porti, autostrade, Aurelia Bis – eppure il lavoro non è stabile, non è garantito, non è tutelato.
Un cortocircuito che si ripete: prima il caso della Menard, ora RBB Solutions. Domani chi?
Fincosit a Vado: una presenza pesante (e silenziosa)
Il gruppo Fincosit, storico protagonista delle opere marittime italiane, non è nuovo nel savonese e soprattutto a Vado.
A Vado Ligure è centrale nella costruzione dei cassoni per la diga genovese, un’attività strategica che trasforma il territorio in retroporto industriale della grande opera.
Ma proprio qui emerge il nodo:
Vado non è solo un “supporto logistico”. È un territorio che paga in termini ambientali, urbanistici e sociali.
E ora anche occupazionali.
Perché quando salta un subappalto, non è solo una questione contrattuale: è un segnale. Vuol dire che la filiera è fragile, che i rapporti tra grandi gruppi e imprese minori sono sbilanciati, e che a farne le spese sono sempre gli ultimi.
La politica dov’è?
La riunione convocata da Ance servirà a capire se esistono margini per ricucire o almeno per ricollocare i lavoratori. Ma la domanda vera è un’altra:
chi governa questi processi?
Perché non stiamo parlando di un cantiere qualsiasi, ma di opere pubbliche finanziate con soldi pubblici, presentate come motore di sviluppo e occupazione.
E allora viene da chiedersi:
possibile che non esista un vincolo reale sulla tutela dei lavoratori?
Possibile che ogni crisi venga gestita “a valle”, quando il danno è già fatto?
Il modello che non regge
Quello che sta emergendo a Vado e Genova è un modello che scricchiola:
- grandi opere spezzettate in una catena di appalti e subappalti
- responsabilità che si diluiscono
- lavoratori che diventano variabili di aggiustamento
Un modello che funziona finché tutto fila liscio. Poi, al primo intoppo, qualcuno viene scaricato. E di solito non è mai il vertice.
Oggi si parlerà di ricollocazione, di soluzioni tampone, di emergenza.
Ma la sensazione è che il problema sia strutturale.
Perché finché le grandi opere continueranno a essere raccontate solo con i numeri degli investimenti e mai con quelli dei lavoratori, storie come questa continueranno a ripetersi.
Magari lontano dai riflettori.
Magari con nomi diversi.
Ma sempre con lo stesso finale: i cantieri vanno avanti, e gli operai restano indietro.
