Per oltre vent’anni il rapporto tra i sindacati e Maersk è stato una sorta di linea continua: un filing stabile, saldo, nato quando il progetto del terminal di Vado era ancora solo un rendering e una promessa. A inizio anni 2000 Cgil, Cisl e Uil marciavano compatti a sostegno della nuova piattaforma, nonostante le contestazioni ambientali e i timori di impatto sul litorale. Il mantra era sempre lo stesso: “centinaia di posti di lavoro qualificati”.
Poi arriva il 2019, l’anno dell’inaugurazione. Ancora oggi i giornali parlano di performance eccezionali, di traffici in crescita, di investimenti globali. Ma sul fronte occupazionale la narrazione si inceppa: gran parte dei posti creati è precaria, la stabilizzazione procede lenta, e la retorica del “volano occupazionale” si scontra con turnazioni estenuanti, contratti flessibili e un equilibrio fragile tra produttività e dignità del lavoro.
Oggi, il cerchio sembra chiudersi. E quel filing ventennale si è finalmente rotto.
Il caso: Vado Gateway vuole introdurre nuovi contratti part-time
Le segreterie provinciali di Filt Cgil e UilTrasporti hanno acceso un faro rosso sulla scelta dell’azienda di ampliare l’organico ricorrendo a nuovi contratti part-time. Una decisione che – dicono – rischia di:
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alterare gli equilibri contrattuali del settore portuale;
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creare un precedente pericoloso in termini di flessibilità al ribasso;
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ridurre la qualità del lavoro in uno scalo che dovrebbe essere strategico, efficiente e specializzato.
La critica è diretta: «Sono forme di impiego non adeguate alle esigenze operative di un terminal come quello vadese».
Cgil e Uil denunciano anche l’inerzia dell’Autorità Portuale, accusata di ritardi nel convocare il tavolo richiesto. E mandano un messaggio molto chiaro:
se l’incontro non verrà fissato subito, partiranno le iniziative sindacali.
La crepa interna: la Cisl dice sì
Ma il fronte non è compatto.
La Cisl – storicamente più dialogante – vede nella proposta di Vado Gateway un’opportunità per:
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inserire nuova forza lavoro,
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garantire copertura nei periodi scoperti da ferie e permessi,
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migliorare la gestione operativa senza appesantire la struttura contrattuale.
Una posizione che differisce non solo nel merito, ma anche nella memoria: è lo stesso sindacato che per vent’anni ha difeso il progetto come imprescindibile per il lavoro locale. Ora, mentre Cgil e Uil alzano la voce, la Cisl punta al pragmatismo.
Vent’anni dopo: una promessa occupazionale che scricchiola
La vicenda dei part-time è solo l’ultimo capitolo di una storia che meriterebbe più onestà e meno slogan.
Perché la realtà è che:
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i posti davvero stabili non sono quelli promessi,
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molta occupazione è “a chiamata”, temporanea o esternalizzata,
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la qualità del lavoro non è coerente con l’immagine di un hub europeo avanzato.
E finalmente i sindacati – almeno una parte di essi – sembrano accorgersi che il modello adottato non garantisce quell’occupazione strutturale sbandierata per due decenni.
Un segnale politico e territoriale
Non è solo una questione di contratti.
È un campanello d’allarme sulla direzione dello sviluppo locale: se il più grande progetto industriale degli ultimi trent’anni finisce per precarizzare invece che qualificare, allora la narrazione del “progresso inevitabile” non regge più.
E oggi Cgil e Uil lo dicono apertamente.
Meglio tardi che mai.







Forse in questo caso è veramente troppo tardi almeno per Vado (territorio e abitanti)