Vado, 340 chili sequestrati. Ma quanti passano davvero?

Ancora una volta le forze dell’ordine hanno fatto centro. Il sequestro di 340 chilogrammi di cocaina purissima al porto di Vado Ligure rappresenta un risultato importante che merita rispetto. Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane hanno intercettato un carico che, secondo le stime, avrebbe potuto generare oltre 120 milioni di euro sul mercato della droga.

Ma proprio perché il lavoro degli investigatori è stato efficace, la notizia pone una domanda scomoda che nessuno sembra avere il coraggio di affrontare fino in fondo.

Se 340 chili sono stati trovati, quanti non vengono trovati?

Non è una provocazione contro chi controlla. Al contrario. È una riflessione inevitabile sulla dimensione del fenomeno.

I porti moderni movimentano migliaia di container. Le merci arrivano da ogni parte del mondo. I controlli sono sempre più sofisticati, ma è materialmente impossibile verificare ogni singolo carico. Lo sanno gli investigatori, lo sanno i magistrati e lo sanno soprattutto le organizzazioni criminali internazionali, che scelgono le loro rotte proprio sulla base delle probabilità di successo.

Quando viene scoperto un carico di queste dimensioni significa che qualcuno stava tentando di far entrare in Europa una quantità enorme di droga. Non il piccolo spacciatore di quartiere, ma organizzazioni criminali dotate di risorse economiche gigantesche, contatti internazionali e capacità logistiche impressionanti.

Da anni i grandi porti europei sono nel mirino dei narcotrafficanti. Da Rotterdam ad Anversa, da Amburgo ai porti del Mediterraneo. E ormai anche Vado Ligure compare con una frequenza che dovrebbe far riflettere.

Perché ogni sequestro racconta due storie.

La prima è quella positiva: le forze dell’ordine funzionano, i controlli producono risultati, lo Stato è presente.

La seconda è molto meno rassicurante: qualcuno ha ritenuto che quel porto fosse una porta d’accesso sufficientemente interessante per tentare l’operazione.

Negli ultimi anni il porto di Vado è stato celebrato come simbolo della modernità logistica, della crescita dei traffici e dello sviluppo economico. Tutto vero. Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia: dove passano enormi flussi di merci passano inevitabilmente anche gli interessi della criminalità organizzata.

Per questo ogni volta che leggiamo di centinaia di chili di cocaina sequestrati dovremmo evitare i toni trionfalistici e fermarci un momento a riflettere.

Perché 340 chili di droga non arrivano per caso.

Dietro ci sono organizzazioni potenti, capitali immensi e una rete internazionale che considera conveniente utilizzare i nostri porti.

E allora la vera domanda non riguarda il container sequestrato.

La vera domanda è un’altra: quanti container simili vengono tentati ogni anno? E quanti riescono a passare inosservati?

Sono interrogativi che forse non avranno mai una risposta precisa. Ma ignorarli sarebbe un errore.

Perché il sequestro di oggi è certamente una vittoria dello Stato. Ma è anche il promemoria di una guerra che, evidentemente, è molto più grande di quanto spesso si voglia ammettere.

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